Fabbrica Europa e l’arte contemporanea

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Fabbrica_1Il 2 dicembre 1977 John Cage porta al Teatro Lirico di Milano Empty Words: la performance avviene di fronte a un numeroso gruppo di studenti che manifestano un crescente disagio rispetto a questa lunga lettura del compositore americano, si lamentano, si infastidiscono e lo infastidiscono. Ma invece di andarsene, di abbandonare la sala, di addormentarsi o di fingere interesse, essi trasformano questa sensazione di noia in vera e propria rivolta: si organizzano, urlano cori, dichiarano lotta aperta all’artista. Ascoltare l’audio di questo evento è un’esperienza, vi giuro, unica in termini di coinvolgimento e di riflessione. Ascoltarlo, mentre si assiste al Ballet Preljocaj, storica formazione francese che prende il nome dal suo coreografo, che ne fa partitura fisica è pura esperienza di meraviglia. L’altra sera, mentre assistevo seduta sui seggiolini rossi della Stazione Leopolda a questo spettacolo che porta il nome di Empty Moves, ho capito perché (ho creduto di capire perché) Fabbrica Europa esiste (esiste ancora?).
Sì, la prendo un po’ alla larga.fabbrica_2
Parto dal nome che ha sempre avuto il doppio pregio di suonare bene e di dire una cosa vera, forse inconsapevolmente. E non solo perché l’Europa è una fabbrica, un luogo di assemblaggio, di sintesi, di sperimentazione ma anche perché noi l’Europa dobbiamo ancora farla, fabbricarla, costruirla. E laddove l’economia pare aver fallito, la giusta base da cui ripartire pare proprio l’arte, intesa come cultura. L’arte è abituata ad abitare la soglia, a vivere in bilico sui confini, a non porsi domande in termini di stretta territorialità. Anzi quando lo fa diventa automaticamente strumento di consenso e fanatico intrattenimento. Il problema di cui soffre l’arte però, quella performativa in particolare, è che mal si rivolge alle masse, con difficoltà diventa evento a grande coinvolgimento, e non so se sia per volere dell’artista o per disinteresse del pubblico. Davvero non lo so. Sta di fatto che i numeri non tornano perché per fabbricar l’europa e per farlo attraverso l’arte non possiamo privarci del grande pubblico. Abbiamo poco tempo e serve che il meccanismo funzioni, serve che le cose da dire le ascoltino in molti.
Ecco perché Fabbrica Europa: è un festival che si rivolge al grande pubblico, che riesce, nell’ambito del settore contemporaneo, a fare quello che a Firenze solo il Teatro della Pergola riesce a fare. E cioè a far dire al pubblico IO VADO LÌ e non IO VADO A VEDERE QUELLO SPETTACOLO: arriva cioè a quella cosa che è il sogno di ogni persona che si occupa di direzione artistica, a rendere il proprio programma un luogo che le persone frequentano per fiducia.
fabbrica_3Ora, a detta di molti, pare che il tempo sia passato e che questo festival, giunto alla sua 23esima edizione, invecchi male, nonostante la grande presenza di giovani anche in ruoli chiave, nonostante la proposta di livello, nonostante la grande cura per gli allestimenti. C’è chi dice che il problema sia nella sostenibilità economica di questo enorme meccanismo, c’è chi lamenta l’assenza del teatro a favore della sola danza e c’è pure chi semplicemente dice che non è più tempo.
Credo che Fabbrica Europa sia oggi prima di tutto una domanda che potremmo più o meno formulare così: l’arte contemporanea è per molti? Può davvero esserlo?
La risposta di quegli studenti in piedi al Teatro Lirico di Milano il 2 dicembre del 1977 era sì: per questo non se ne andavano, per questo si arrabbiavano.
E noi, che non ci arrabbiamo più, cosa rispondiamo? •

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