FUL incontra l’arte di Guido Argentini

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Guido Argentini, il celebre fotografo fiorentino che da molti anni vive a Los Angeles, si racconta e ci svela il suo nuovo progetto.

The bonfire of the vanities © Guido Argentini

Nella Firenze di fine anni ’80, un ventenne al terzo anno della Facoltà di Medicina decise che diventare dottore non era quello che voleva nella vita. Ha seguito la sua passione, la fotografia, e ne ha fatto una professione. Oggi, quel ragazzo, al secolo Guido Argentini, è un famoso fotografo. Dal 1990 vive a Los Angeles, dove i suoi più importanti progetti hanno preso forma, fashion e beauty sono i temi principali della sua opera e le donne al centro dell’obbiettivo. Le sue foto sono state esposte nelle gallerie di tutto il mondo e apparse in alcune delle più celebri riviste, tra cui Vogue, Playboy e Marie Claire. Negli anni la sua ricerca sull’universo della bellezza femminile si è fatta sempre più approfondita, dalle forme scultoree del corpo al lato meno immediato dell’intimità, fino al suo ultimo lavoro, Diptychs, che uscirà quest’anno. FUL ve lo presenta in anteprima con un’intervista al celebre fotografo e la pubblicazione di alcune delle foto.
Chissà quante volte glielo avranno chiesto: cosa l’ha spinta a lasciare gli studi per dedicarsi alla fotografia?
Quasi trent’anni dopo aver lasciato l’università mi rendo conto di quanto io sia fortunato ad avere delle vere passioni. Ho sempre lavorato ma non ho mai avuto “un lavoro”, non ho mai avuto uno stipendio. Non ho mai lavorato per qualcuno, ho sempre lavorato per me stesso. Ho avuto il coraggio di abbandonare i binari nei quali quasi sempre la vita ti confina per seguire qualcosa che amavo e non ho mai avuto rimpianti.
Nel 1990 si è trasferito a Los Angeles, che ambiente ha trovato? Si è sentito più libero di esprimersi lontano dall’Italia e dal contesto culturale in cui era cresciuto?
Sembra strano, ma la sensazione di libertà che ho provato negli USA non l’ho mai provata da nessun’altra parte. La cosa più bella che ho trovato è stata la meritocrazia sul lavoro. L’opposto di quello che ho lasciato in Italia dove tutto si basa su nepotismo e conoscenze. È stata una boccata di ossigeno per uno come me che crede nel valore dell’individuo e in una società che ti premia se hai qualcosa da offrire e non se sei raccomandato.
Quando ha deciso di fare il fotografo, internet non era una presenza imprescindibile come lo è oggi, tanto meno i social ed era più difficile far conoscere il proprio lavoro. Secondo lei, internet ha affossato la fotografia intesa come arte?
Internet e la fotografia digitale hanno contribuito a “democratizzare” le immagini per un verso, e hanno distrutto un’arte, “the Kraft of photography”, dall’altro. Il progresso porta sempre con sé delle cose buone e al tempo stesso cancella cose che erano ottime, che si perdono nelle “acque dell’alluvione”. Oggi tutti “pensano” di essere fotografi e i telefoni sono diventati macchine fotografiche che ognuno porta sempre con sé. Photoshop ha cambiato la fotografia e ha sovvertito la realtà, non sai più se una fotografia è vera oppure no… La cosa curiosa è che, confrontando copie di riviste importanti come Vogue o Interview degli anni ‘90 con quelle degli ultimi anni, si nota un impressionante calo della qualità della fotografia. Adesso che il digitale permette di fotografare a costo zero, con meno luce, e di migliorare con un computer quello che hai fotografato, la qualità è peggiorata. È quasi inspiegabile.

Will I be a princess one day © Guido Argentini

Il libro è un punto di partenza e di arrivo della sua opera, ho notato che Private Rooms racchiude vari anni di scatti.
Fin dal primo momento in cui ho preso una macchina fotografica in mano sapevo che avrei voluto fare dei libri. Non ho mai avuto un grande amore per i giornali e le riviste che hanno vita breve. Il libro, invece, è per sempre. Eppure oggi i libri si vendono meno e il piacere di sfogliare le pagine sta scomparendo per le nuove generazioni. Le dita scorrono frenetiche le foto di Instagram che vengono inghiottite senza sentirne il sapore e senza digerirle. Tutto oggi ha una attention span brevissima e questo mi rattrista perché le poche cose belle vengono buttate nello stesso immenso calderone delle cose mediocri e si confondono con queste.
Parlando delle sue opere, in Silvereye si nota la passione per la scultura e il corpo femminile, con le sue forme perfette, ne è il protagonista. Successivamente in Private Rooms e in Reflections ha spostato l’attenzione sul piano dell’erotismo, le sue donne sono dominanti ed intriganti. In Shades of a woman infine la modella diventa elemento di una storia per immagine: ha chiuso il cerchio sulla ricerca della bellezza femminile?
Mia zia Edy, che aveva una conoscenza profonda dell’universo femminile e che purtroppo non c’è più, avrebbe risposto che il cerchio sulla ricerca della bellezza della donna non si può chiudere mai… Maturando, la mia visione della donna è cambiata e di conseguenza sono cambiate le mie fotografie. Nell’arte si viene riconosciuti quando si fanno sempre le stesse cose perché la gente ama mettere un’etichetta ad ogni artista. Così Andy Warhol faceva la stessa Marilyn (peraltro usando la foto fatta da un altro…) in colori diversi ma sempre uguale. Per me, ripetere se stessi è un tradimento verso la propria creatività e il pubblico. Dai corpi senza volti, sempre astratti, fotografati in bianco e nero nella natura o coperti di pittura d’argento, sono passato a studiare l’erotismo di donne nell’intimità di camere d’albergo. Poi le mie donne hanno iniziato a essere le protagoniste di storie più complesse. Una sola immagine può suggerire una narrativa che viene poi completata dall’immaginazione di chi la guarda. Storie infinite… diverse per ogni persona che posi lo sguardo sulla stessa fotografia.
Sappiamo che sta lavorando a un nuovo progetto, di cosa si tratta?
Sono sette anni che lavoro al mio ultimo progetto, forse il più ambizioso. È terminato anche se vorrei sempre aggiungere nuove immagini. Una serie di dittici che accostano insieme una donna e un paesaggio. Delle mini storie suggerite da me e completate dalla fantasia di chi le guarda. È un lavoro sul colore, che da sempre è più difficile del bianco e nero, perché più vicino alla realtà e più lontano dall’astrazione che i toni di grigio suggeriscono. L’unione di due immagini stimola ancora di più a sviluppare la sceneggiatura della fotografia. In fondo il mio cammino fotografico sembra portare con naturalezza al film, il cinema è sempre stata una mia grande passione.

www.guidoargentini.com

Testo di Francesco Sani
Foto di Guido Argentini

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