IL NUOVO CORSO DELL’HOTEL SAVOY è NEL SEGNO DI tre DONNE

C’è un filo invisibile, ma lucidissimo, che intreccia i gesti di chi cucina e i segni di chi dipinge e crea arte. A Firenze, all’Hotel Savoy del gruppo Rocco Forte, questo filo ha il volto di tre donne, diverse, lontane nel tempo e nello stile, ma unite da un’identica tensione creativa: Irene, Lady Forte, madre di Sir Rocco Forte, è in un certo senso padrona di casa dell’omonimo ristorante che torna a splendere di nuova luce; Artemisia Gentileschi, musa barocca che presta il nome a un bar sofisticato e fuori dagli schemi; e Tracey Emin, artista britannica che con la sua arte cruda e vulnerabile abita ora anche gli spazi dell’hotel, in dialogo con la mostra a lei dedicata da Palazzo Strozzi.

Non si tratta di un caso, ma di un allineamento preciso, come certe costellazioni che si fanno leggere solo a chi ha lo sguardo allenato. È la celebrazione del femminile non come etichetta, ma come sguardo sul mondo: viscerale, generativo, potentemente elegante.

Hotel Savoy

Irene: la nuova eleganza della cucina toscana

Riaprire le porte di Irene non è stato solo un gesto architettonico, ma una dichiarazione d’intenti. Il ristorante dell’Hotel Savoy, icona discreta del gusto a Piazza della Repubblica, si rinnova nel segno dell’essenzialità elegante. La firma dello chef Fulvio Pierangelini, con il supporto di Giovanni Cosmai, resta, solida e autorevole, ma ora si accompagna a un’estetica più rarefatta, fatta di sfumature cromatiche e materiali naturali, quasi volesse restituire alla materia prima il suo posto da protagonista.

Il menu è una mappa emotiva della Toscana: Dalle pappardelle con cardoncelli e astice fino alla spigola con asparagi, pera, Parmigiano e tartufo nero. La cucina è semplice solo in apparenza; in realtà, è il frutto di una sottrazione sapiente, che rifugge il superfluo per lasciare spazio al racconto del territorio.

Hotel Savoy

Artemisia: il bar che rende omaggio alla forza e alla grazia

All’interno del Savoy, accanto a Irene, è nato il bar Artemisia: un locale che non è solo un luogo di passaggio, ma un vero e proprio punto di osservazione sul gusto contemporaneo. Ispirato alla figura di Artemisia Gentileschi, pittrice e simbolo di resistenza e genialità al femminile, il bar ne eredita l’eleganza decisa, la luce dorata, il talento per la narrazione. I cocktail, curati con precisione sartoriale da Salvatore Calabrese, spaziano tra interpretazioni d’autore e twist su grandi classici.

Qui si viene per iniziare la serata, sì, ma anche per concedersi una pausa estetica, tra velluti, specchi e miscelazioni che giocano con botaniche inaspettate. Carte da parati che si trasformano in affreschi grazie a un’illuminazione scenografica firmata C14, arredi e materiali scelti con cura sotto la direzione di Olga Polizzi, Head of Design di Rocco Forte Hotels.

Hotel Savoy

Tracey Emin: un’opera, un segnale, una presenza

A sigillare questa stagione tutta al femminile, un’ospite d’eccezione: Tracey Emin, una delle voci più audaci dell’arte contemporanea, la cui mostra “Sex and Solitude” anima Palazzo Strozzi fino al 21 luglio. In parallelo, una sua opera è ospitata proprio all’Hotel Savoy, in un dialogo sottile con l’eleganza degli spazi e la loro nuova identità.

È una presenza silenziosa ma potente, che aggiunge un ulteriore strato di significato all’esperienza degli ospiti. Una riflessione visiva sul desiderio, sulla solitudine, sulla condizione umana, temi che parlano a chiunque, ma che nelle mani (e nella voce) di una donna assumono sfumature ancora più taglienti e autentiche.

Tracey Emin

Firenze, che da secoli conosce e celebra la grandezza al femminile (basti pensare a Caterina, Eleonora, Artemisia stessa), oggi la restituisce in chiave contemporanea: con il linguaggio del gusto, dell’arte, dell’accoglienza raffinata. Con Irene, Artemisia e Tracey Emin, l’Hotel Savoy si fa crocevia di questi mondi: un luogo dove si mangia con lentezza, si beve con curiosità e si guarda con attenzione. Non è solo una rinascita stagionale, ma l’inizio di un nuovo vocabolario. Dove il bello non è un’estetica da esibire, ma un contenuto da attraversare.