Intervista a Marco Malvaldi

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Cronaca di un incontro tra un pisano, Marco Malvaldi, e dei fiorentini: nessun cadavere. Escludendo quelli nei suoi libri.

 

In occasione della presentazione del suo nuovo libro La Misura dell’uomo, un giallo storico con al centro la figura – già di per sé enigmatica – di Leonardo da Vinci, abbiamo placcato Malvaldi (senza fargli troppo male) per fargli alcune domande:

Marco, ci racconti intanto qualcosa del tuo nuovo libro?

È un’opera su commissione: la casa editrice Giunti, in occasione dei festeggiamenti per il cinquecentenario dalla morte di Leonardo, mi ha proposto di scrivere un libro che ruotasse intorno a lui. Una bella sfida per me che ero un po’ a digiuno di informazioni, ma ho accettato subito e mi sono avvalso della collaborazione di vari esperti che mi hanno aiutato tanto nell’impresa!
Marco Malvaldi

A giudicare dal risultato, di informazioni devi averne digerite parecchie…Com’è stato confrontarsi con i codici del tempo e approcciarsi a questa figura così importante ma allo stesso tempo misteriosa?

Emozionante, senza dubbio. Dai codici emergono alcuni aspetti poco conosciuti della personalità di Leonardo: oltre alla sua ben nota genialità, la sua insaziabile curiosità unita a una proverbiale lentezza, le doti affabulatorie associate a un senso dell’umorismo arguto, lo rendono una perfetta figura letteraria: un personaggio abile, complesso ma anche estremamente divertente.

In effetti il divertimento, l’ironia sono due aspetti distintivi del tuo stile dove la ‘battuta’ non manca mai. Sarà così anche in questo romanzo?

Assolutamente sì. La battuta, a mio avviso, è un’attestazione di intelligenza: potevo forse fare questo torto proprio a Leonardo?

Direi di no. Nei tuoi libri ambientati al Bar Lume, fai dire ad Ampelio che la battuta è un’espressione di affetto: ci spiegheresti meglio? Perché, per voler bene a qualcuno, bisogna sempre prenderlo elegantemente per il c…o? Non tutti potrebbero gradire tale manifestazione d’affetto…

Sicuramente. Infatti la battuta, o se vogliamo anche l’offesa leggera, serve proprio a ‘saggiare’ l’altro: se alla provocazione l’interlocutore non risponde a tono o – peggio ancora – se la prende a male, ecco che lo scambio non funziona, proprio perché le armi non sono pari. E non c’è gusto. Scherzare con qualcuno divertendosi, significa essere allo stesso livello, condividere lo stesso codice. Essere in confidenza, in sintonia e sapere che certe ‘lusinghe’ ci si possono permettere perché tanto vengono ripagate in ugual misura.

Molto spesso si associa tutto questo alla verve tipica dei toscani che, bypassando acredini e confini, sembra unirci sotto un unico denominatore, tu che ne pensi?

Penso che i toscani siano parecchio allenati allo sberleffo, per questo gli riesce tanto bene. Inoltre, proprio a causa forse della nostra storia, siamo un po’ più spudorati e meno timidi. Insomma ipotizzo che, per esempio, a tante persone, talvolta, capiti di pensare che la madre di un tizio dovesse necessariamente avere costumi disdicevoli ma forse in pochi lo esprimono, oltretutto con stile. Noi esprimiamo.

Esprimiamo allora: sempre in tema di prese per il naso (perché altre parti anatomiche ce le siamo già giocate…), spesso gli autori di gialli sono accusati di prendersi gioco dei lettori ingannandoli, tu come rispondi?

Le battute servono anche a questo: a distrarre l’attenzione mentre, sul pezzo e a caldo, ti sto dando un indizio chiave. Alto tradimento? Ma dai. Diciamo che fa parte del gioco, Agatha Christie docet. Secondo me ci sono due tipi di lettori di gialli: quello che fa a gara con l’investigatore e quello che sta lì con il suo librino in mano e se la ride sotto i baffi. Io rientro nella seconda categoria, anche se i baffi non li ho.

Da lettore a scrittore, il passaggio non è poi così breve. Come ci sei arrivato?

Ho iniziato a scrivere il primo libro mentre ero all’università. Ho studiato chimica e per ‘raffreddarmi’ il cervello ho cominciato a scrivere qualcosa. Questo qualcosa poi è diventato qualcos’altro e ci ho preso parecchio gusto.

Ti diverti a scrivere? Perché proprio i gialli e non, che ne so, fantascienza?

Marco Malvaldi La misura dell’uomo € 18,50 Giunti Editore 2018

Me la rido un sacco a scrivere: trovo i gialli altamente consolatori. C’è sempre una fine, una soluzione, generalmente talmente semplice da far cadere le braccia (o altre parti anatomiche su cui non mi pronuncio) a chi legge. A differenza di questa nostra pazza vita, nei gialli c’è un disegno, uno schema preordinato e un barlume che guida verso la fine del tunnel. I gialli infatti, sempre a differenza della vita, si scrivono al contrario: si parte dalla fine e si ricostruisce tutto l’intreccio… non ti sembra vagamente consolatorio?

Alquanto, sì. Come nella chimica: anche lì scomponi tutto in parti per arrivare all’origine del mistero…

Esatto, alla fine non sono poi così diverse. Ci sono fior fior di esempi di scrittori-chimici (Asimov tra tutti) o di scrittori che nella vita facevano tutt’altro a parte scrivere. Sono modi di interpretare la realtà. La chimica ha cambiato il mio modo di vedere, sia gli oggetti esterni che me stesso: mi ha fatto scoprire i limiti, la mia ignoranza, le mie domande. Una rivelazione. Da studentello acerbo e inconsapevole sono diventato adulto e consapevole: almeno delle mie lacune.

Ne saranno lieti i tuoi ex-insegnanti. Hai dichiarato che hai dedicato “La misura dell’uomo” alle tue professoresse del liceo, perché?

Proprio per questo: mi hanno messo di fronte alla mia ignoranza. Al fatto che, contrariamente alle mie supposizioni e presupposizioni adolescenziali, io non sapevo nulla e che se avessi continuato così, probabilmente, avrei continuato su quella strada. Generose e necessarie secchiate di umiltà di cui, oggi, le voglio ringraziare così.

E noi ringraziamo te, Marco, per questo scambio di battute. Alla pari, vorremmo sperare.

Rita Barbieri

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