Emilio Cavallini: intervista a un’icona

0

Emilio Cavallini, l’uomo che ha reinventato la moda, ci ha raccontato come tutto è nato, di Mary Quant, delle sfilate, dei suoi pensieri di oggi e di dove desiderava essere da sempre.

Emilio Cavallini, San Miniato, classe 1945. Dio della moda e grande artista. Poco più che ventenne si trasferisce nella pulsante Swinging London, dove incontra Sua Maestà la Regina Mary Quant. Oltre a collaborare con lei, sono molte le case di moda con cui lavora. Dior, Céline, Balenciaga, Gucci, fino ad arrivare ad Alexander McQueen per citarne alcuni. Negli anni ’80 nasce il suo brand, un twist di bianco e nero, di pois e di arte. Tantissima arte. Quell’arte che oggi è ancora – e soprattutto – al centro del suo universo.

Partiamo dal principio, se dovessi pensare alla scintilla che ha dato il via a tutto il tuo lavoro: quale sarebbe? Perché da studente di Economia sei andato a Londra? Come è nato Emilio Cavallini, il marchio?

Le mie vacanze preferite da quando avevo 15 anni erano a Londra. Sia per imparare l’inglese, sia per visitare musei, sia per le grandi novità che trovavo nel comperare abiti a poco prezzo in Carnaby Street che nella musica. La mia passione per la moda mi portò nello studio Boutique di Mary Quant. Facevo l’ultimo anno di Economia e per pagarmi gli studi lavoravo part-time in un calzificio. Quando venni a conoscenza che a Mary Quant serviva un produttore di calze – anzi in giro le calze autoreggenti erano già sostituite da calze collant – mi presentai e mi presi l’impegno di far produrre all’azienda in cui lavoravo le prime collant spesse e colorate. Non fu facile perché l’azienda non credeva nei collant ma ben presto mi dette la possibilità di aprire in società STILNOVO, per produrre solo collant spessi e a fantasia.
Avevo già prodotto collant a righe e a stelle. Le calze devono essere un accessorio per la moda, per cui iniziai a seguire tutte le sfilate e a progettare calze di conseguenza. Nacquero le calze a pois, quelle di pizzo senza cucitura dietro e poi quelle a rete. Un successo mondiale a cui si aggiunsero le calze da uomo, le prime con interno in lycra perché stessero sempre in alto.

Le tue non sono state mai delle semplici calze. Sono state – e sono tutt’ora – delle avanguardie. Da dove hai tratto ispirazione?

Nel 1970 oltre a produrre per Mary Quant, Dior, Valentino e altri, cominciai col mio marchio Emilio Cavallini a fare una vera e propria collezione proveniente dal mio intuito. Appassionato di arte – da quella della Grecia classica a quella contemporanea di Manzoni e Fontana – traevo sempre ispirazione dall’arte.

Il genio di Emilio Cavallini è arrivato immediatamente ad avere un successo planetario e insieme alla fama sono giunti anche riconoscimenti e onorificenze. Come è stato incontrare due Presidenti della Repubblica e ricevere il Leone d’oro a Venezia per la moda? A quale ricordo sei più affezionato?

Non sono mai stato alla ricerca di premi, sono venuti e basta. Non ho ricordi particolari. Ormai giravo il mondo, abitavo a New York, potevo esprimermi non solo con la moda. Anche se dagli anni ’70 ho iniziato vere e proprie collezioni di moda con sfilate a Milano e Parigi, l’arte era la mia vera passione. Era lì dove volevo arrivare.

E la moda di oggi, come la interpreti? Piena di estro creativo? Oppure volta al passato, dove conta più il lavoro di archivio che presentare delle novità?

La moda delle calze oggi non esiste. Si rinnovano disegni del passato, un anno le reti, un anno i pizzi, un anno le righe ecc…

Dal 2010 ti occupi totalmente d’arte e nel 2011 la Triennale di Milano ti ha dedicato una retrospettiva. Se dovessi esprimere il tuo concetto e la tua visione artistica con tre parole, quali sarebbero?

L’arte per me in tre parole: «espressione dell’animo»

I tuoi lavori mi ricordano i labirinti di Escher e le visioni di Piranesi, con un tocco di Ettore Sottsass e un po’ di Enrico Castellani. Personalmente, invece tu, a quale corrente artistica ti senti più vicino?

La mia corrente è un prolungamento del costruttivismo astratto di László Moholy-Nagy, di Malevič e del suprematismo, di Albers.

Dove possiamo ammirare le tue opere?

Ho uno studio a New York e uno a San Miniato, forniti di oltre 600 opere. Poi ci sono le gallerie che mi rappresentano: Opera Gallery Paris, GR Gallery New York e Valmore Vicenza.

Ultima domanda – un po’ leggera. Colore preferito?

Colore preferito… Varia da stagione a stagione, dal bianco/nero al blu cobalto, dal rosso al verde. In questo momento: turchese o ciano, il colore della luce

Ph di copertina by Kristinn Kis

Share.

About Author

Avatar

Fabrianese di nascita ma fiorentina di adozione, con la passione per i viaggi, la fotografia e l’architettura. Classe 1991, Pesci, collezionatrice seriale. Laureata in Architettura, indosso mocassini e ascolto indie rock. Leggo libri e vedo film. Dal 2017 ho il mio Blog di viaggio Tornopercena.com e oltre a collaborare con FUL – Firenze Urban Lifestyle, scrivo anche per National Geographic Traveler, Artribune e Viaggio nel Mondo.