Last days of clubbing: una stagione al Tropical Animals
Il clubbing e la scena underground a Firenze tra lifestyle e resistenza. Nelle immagini della fotografa toscana Eleonora Matteoli lo spazio safe delle serate Tropical Animals.
Gli anni d’oro del clubbing sono finiti da un pezzo. E pensare che in Italia tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta nacquero così tante discoteche da essere stimate in circa diecimila! Ma ogni decennio gli stili cambiano e resistere è sempre più dura.
Nella capitale del clubbing europeo, Berlino, dal 2010 hanno chiuso un centinaio di club. Nel Regno Unito molti di più, sono circa un terzo quelli britannici scomparsi dalla fine del decennio Zero. Si tratta di un fenomeno europeo e pure in Italia potremmo fare la lista dei club perduti come una Spoon River della disco. Ovunque i motivi sono economici e culturali – dagli alti costi agli appetiti della speculazione immobiliare, passando per i nuovi gusti della Generazione Z – ma le conseguenze della “ritirata” ha risvolti anche sociali: meno luoghi di aggregazione e meno spazi dove nascono trend e subculture urbane.
Secondo il celebre scrittore scozzese Irvine Welsh (autore negli anni Novanta di bestseller come Trainspotting e Acid House), l’unico modo in cui il clubbing sopravviverà sarà attraverso i free party e i rave, in opposizione diretta allo Stato autoritario e all’élite aziendale che fa business sull’intrattenimento.
In questo scenario, a Firenze – dove pure sopravvivono da decenni alcuni club che resistono alla massificazione dei gusti imposti dal turismo globale – si è affermata una serata diventata istituzione della scena underground cittadina ideata dal dj Ricardo Baez: Tropical Animals.
Eleonora Matteoli, giovane fotografa di San Miniato, ne ha immortalato l’ultima stagione ogni giovedì notte, ospitata al Club 21.

Tramite la testimonianza di Eleonora, e le sue foto, abbiamo voluto conoscere meglio cosa si muove nella scena musicale underground in riva all’Arno. Ovvero, quella che si oppone intenzionalmente alla cultura tradizionale e ufficiale, utilizzando forme espressive e sistemi di diffusione e di produzione alternativi rispetto a quelli più commerciali.
Eleonora, tu hai esperienza di lavori fotografici in ambito moda e commerciale, che tipo di esperienza è stata calarsi nell’atmosfera del clubbing?
È stato un bel cambio di prospettiva e Il Tropical Animals è stata la mia prima vera esperienza nel clubbing. Nel lavoro di tipo commerciale o moda tutto è pensato, controllato, costruito: luci, pose, timing. Nel clubbing, invece, ti ritrovi nel caos, nel movimento continuo. Certe cose le capisci solo vivendole.
Fotografare al Tropical Animals mi ha insegnato che non basta “catturare” un volto, devi incontrarlo davvero. Stare a contatto con chi balla, chi si esprime, chi si mostra per quello che è, senza filtri, e questo è un privilegio. Il club non è solo musica e luci: è pelle, storie, abitudini che si incollano addosso.

La sensazione è che al Tropical Animals non esistono etichette…
Oggi più che mai, in un mondo che prova a metterti in scatole e dividere le persone, il clubbing è un respiro di libertà vera. Qui le etichette non contano, si dissolvono con la musica che unisce tutto e tutti. La scena underground è strana: a volte sembra sempre la stessa, altre volte ti sorprende. C’è chi si lascia andare, chi si nasconde, chi viene solo per guardare, chi per farsi vedere. Il club è uno spazio sospeso, un luogo dove puoi provare a essere qualcun altro, o semplicemente te stesso senza filtri. E spesso tutto questo passa anche da alcol, droghe e sesso.
Non solo per piacere, ma sono modi per comunicare, per sentirsi, per esprimersi. Qui ho conosciuto corpi diversi, estetiche libere e bellissime. Un posto dove l’obiettivo non giudica, ma accoglie. Un luogo safe, vero e necessario, dove la musica è il filo che tiene insieme tutto.
Qui non ci sono studi di posa, modelli che rispondono alle tue richieste e possibilità di scattare finché non si trova lo scatto giusto. Quali difficoltà hai trovato nel tentativo di restituire per immagini la serata?
Scattare in un club non è come stare in studio. Non c’è controllo, non c’è calma, non c’è “ripetiamo un attimo”. È tutto lì, subito, e se lo perdi… Ciao! All’inizio cercavo di essere invisibile. Restavo ai margini, pensavo che bastasse osservare. Poi ho capito che, per raccontare davvero quello che succede, non puoi restare fuori. Devi mischiare la tua energia alla loro. Così ho iniziato a parlare con le persone che scattavo, a conoscerli, a lasciarmi coinvolgere.

La macchina fotografica non era più un muro, ma una scusa per entrare in contatto. E in un posto come Tropical Animals succede una cosa rara: la gente si mostra per com’è, senza filtri, senza pose. E io sono lì, a metà tra spettatore e partecipante, a cercare di restituire tutto questo in uno scatto.
Tu hai vissuto per alcuni anni a Londra. Hai frequentato la scena underground della capitale britannica? Se sì, che differenze hai trovato con Firenze e quanto il turismo globale credi possa incidere sull’offerta del clubbing?
In Inghilterra, ma come in altre città europee, la scena club è vissuta come cultura e visione, non solo come intrattenimento. Fotografi come Vinca Petersen e Molly Macindoe hanno raccontato rave e free party dall’interno, con uno sguardo immersivo e vissuto. Dennis Morris, con i suoi scatti di live londinesi, vedeva il club come un luogo di comunità e rivoluzione, non solo intrattenimento. Puoi entrare in un club e trovarti davanti una performance live di un’artista come Jamila Woods, o sentire Mura Masa in filodiffusione dentro un negozio.
C’è una ricerca vera dietro la musica proposta, lo senti ovunque, anche solo accendendo la radio. In Italia, invece, questo tipo di attenzione è ancora raro. La priorità è spesso “far cassa”: serate che vanno sul sicuro, programmazioni che rincorrono i numeri. Chiamare artisti internazionali nel clubbing elettronico può diventare un rischio, soprattutto se la concorrenza punta a eventi più mainstream che portano via pubblico.

Per questo realtà come Tropical Animals sono importanti: cercano di proporre qualcosa di diverso, anche se spesso il pubblico che risponde è quello con un background musicale già formato.
Pensi di essere riuscita a cogliere l’essenza clubbing?
Guardando anche ai lavori di fotografi internazionali, capisci che il club non è solo uno sfondo: è un racconto vivo, spesso politico, sempre collettivo. Fotografarlo davvero richiede di esserci dentro: non basta osservare, serve partecipare. Chi ha documentato le prime scene rave nel Regno Unito lo ha fatto così: vivendo la scena, non guardandola da fuori. E oggi, con l’omologazione che avanza e la musica sempre più trattata come semplice sottofondo, questa profondità serve più che mai.
La scena underground, invece, continua a resistere. È lì che la musica è ancora ricerca, che le connessioni umane esistono e che può nascere qualcosa di nuovo.
Foto: Eleonora Matteoli @ele.matte