Le persone al centro dell’obiettivo: la fotografia di Massimo Vitali

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Con gli scatti di quello che è conosciuto colloquialmente come “il fotografo delle spiagge” possiamo comprendere meglio il mondo e gli esseri umani.

Dopo gli esordi da fotoreporter, dagli anni Novanta il fotografo Massimo Vitali (Como, 1944) ha iniziato a immortalare spiagge, discoteche, supermercati e altri luoghi della quotidianità. Da oltre 20 anni Vitali ragiona sulla fotografia attraverso un discorso che pone la vita della gente comune al centro della propria poetica. Come fosse un guardaspiaggia di un nuovo umanesimo fotografico, dal suo cavalletto alto più di 3 metri osserva la gente e fantastica sulle loro storie, dimenticando le geografie e immergendosi nel rapporto con gli abitanti dei luoghi.

Abbiamo avuto l’occasione di discutere con lui e il suo team presso lo Studio Vitali che ha sede a Lucca.

Com’è nata l’idea di dedicarsi al soggetto delle spiagge che l’ha reso celebre?

Nell’estate del ’94 mi recai sulla spiaggia di Marina di Pietrasanta per collaudare una macchina fotografica e un cavalletto appena acquistati. Notai che gli scatti realizzati funzionavano e, così, decisi di esplorare la tematica più a fondo. All’epoca fotografare le spiagge era ancora un tabù: era raro vedere fotografi al mare perché c’era il rischio che la salsedine rovinasse le macchine. Oggi, con le nuove tecnologie che hanno rivoluzionato il modo di rapportarci alla fotografia, sulle spiagge ci sono quasi più apparecchi fotografici che granelli di sabbia!

massimo vitali
Firenze via via 1998

I soggetti che ritrae sono spesso impegnati in attività di poco conto, nessun evento particolare viene immortalato. Si direbbe attratto dalla banalità dell’ordinario?

Sì, mi interessano le piccole storie quotidiane, da molti considerate irrilevanti. Dato che il mio modo di lavorare è lento e contemplativo – in una giornata non realizzo più di 8 scatti – ho bisogno di persone che si comportino in modo opportuno, permettendomi di ragionare sui loro movimenti e sulle loro azioni. Attraverso un punto di vista innalzato e una distanza adeguata dai soggetti, posso seguire i loro percorsi fisici e fantasticare sulle loro vite. Le spiagge in questo si sono rivelate dei luoghi ideali.

È interessante la contraddizione che per connettersi ai soggetti se ne distanzia fisicamente.

La mia intenzione è sempre stata quella di catturare in un unico scatto più contenuti possibili, evidenziando le stratificazioni della realtà. L’utilizzo di macchine fotografiche ad altissima risoluzione mi permette di incorporare un’ampia gamma di dettagli, cosicché l’immagine realizzata risulti come un insieme di tante piccole fotografie. Sono dell’idea che è inutile realizzare tanti singoli ritratti quando con un solo negativo possono immortalare cento persone. Pensa che in 22 anni di lavoro ho premuto il pulsante di scatto solamente 4976 volte.

Massimo Vitali
Firenze Piedone, 1998

Come si relaziona con la macchina fotografica?

Mentre inquadro le scene e scatto non guardo mai in macchina ma cerco sempre un rapporto diretto con la gente che sto osservando. La macchina fotografica è solo un dispositivo tecnologico, non un medium visivo. Durante gli scatti, è fondamentale per me seguire visivamente i gruppi di persone per immaginare delle piccole storie, senza rimanere congelati nell’attimo immortalato. Cerco di trasmettere quest’essenza al mio pubblico, facendolo interagire fisicamente con le grandi stampe che realizzo: avvicinandosi possono ricercare i singoli dettagli, mentre allontanandosi possono contemplare la realtà nel suo insieme. Questa è l’anima del mio lavoro.

I contesti cittadini le permettono di applicare la stessa metodologia di lavoro delle spiagge?

Le città per me sono certamente più difficili. Qui i gruppi diventano folle di individui che non interagiscono più fra loro in modo costante, ma procedono in tutte le direzioni. Questo è quello che accade, per esempio, in Piazza Duomo a Milano, dove è difficile soffermarsi sui singoli. Firenze, invece, ha la particolarità di avere flussi turistici più o meno regolari, che riducono il movimento vago. In questa città, infatti, ho il tempo necessario per osservare e prendere decisioni. Firenze via via, uno dei miei scatti preferiti, è per esempio una delle poche fotografie in cui succede qualcosa: si vedono dei venditori ambulanti scappare dalla volante della polizia. Un evento, però, che in un luogo come Piazza Duomo a Firenze si ripete in media 3-4 volte al giorno, caratteristica che ne annulla la rilevanza e ne sottolinea la banalità da cui sono stato attratto.

Secondo lei il mondo è un posto banale?

Certamente sono contrario all’idea che la fotografia debba raccogliere esclusivamente atti importanti e irripetibili, per questo mi sono allontanato dal fotogiornalismo. Preferisco il resoconto visivo di un evento filmato dai telefonini di 60 persone, piuttosto che lo sguardo apparentemente oggettivo del fotografo-demiurgo che vede e sa tutto e fa leva sulla drammaticità delle scene. Non mi dispiace pensare al mondo e alla vita come relativamente banali; un po’ come per i personaggi delle mie fotografie. Per essere un bravo fotografo non ho bisogno di andare a tutte le feste!

Articolo a cura di Fabrizio Gitto

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