MASACCIO: L’UNIVERSO DA UN’ALTRA PROSPETTIVA

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«Poiché l’antichità non ha lasciato nulla, quanto a chiaroscuro, colorito, prospettiva ed espressione, Masaccio, piuttosto che il rinnovatore, è il creatore della pittura.»
Storia della Pittura in Italia, Stendhal.

 

Si è cercato più e più volte di dare un volto al Rinascimento, la tradizione fa salire sul palcoscenico di questo spettacolo meraviglioso personaggi altisonanti, scultori e architetti, politici e inventori. Da Michelangelo al Brunelleschi, da Lorenzo il Magnifico a Leonardo Da Vinci, esponenti maestosi di un mondo che torna a credere nella “bellezza”.

Ma per ciò che riguarda la pittura, chi fu il primo, vero artista rinascimentale? 

Sono ormai in molti gli esperti ad affermare con certezza che ci fu realmente un personaggio a rompere gli schemi del passato, dettando in maniera precisa, definita e definibile l’avvento di una nuova era.
Si tratta però di un protagonista inaspettato, uno di quei giganti della storia che restano più o meno nell’ombra, che non hanno diritto a un posto nell’Olimpo, soltanto per una serie di avvenimenti, per un intreccio di coincidenze maledette.
Dicembre 1401, l’Europa si rialza dopo un capitolo oscuro: la peste nera che, come una valanga, ha trascinato nel nulla i detriti di una società alla deriva, alla mercé di credenze e superstizioni.

A Firenze, l’odore della distruzione inizia a dissolversi nell’aria, grazie al vento della “Rinascita”.
Proprio nei giorni che precedevano il Natale, nelle campagne circostanti, una donna di nome Jacopa di Martinozzo dà alla luce un bambino, Tommaso di Ser Giovanni di Mone Cassai, il padre è un notaio e, seppur iniziato a tale mestiere, quel bambino non lo praticherà mai.

Giorgio Vasari scrisse di lui:

“Fu persona astrattissima e molto a caso, come quello che, avendo fisso tutto l’animo e la volontà alle cose dell’arte sola, si curava poco di sé e manco d’altrui. E perché e’ non volle pensar già mai in maniera alcuna alle cure o cose del mondo, e non che altro al vestire stesso, non costumando riscuotere i danari da’ suoi debitori, se non quando era in bisogno estremo, per Tommaso che era il suo nome, fu da tutti detto Masaccio. Non già perché e’ fusse vizioso, essendo egli la bontà naturale, ma per la tanta straccurataggine.”

Pensate al prototipo dell’artista contemporaneo, eccentrico, radicale, stravagante, anticonformista, estroso, Oscar Wilde ha coniato addirittura un termine preciso per riassumere tutto ciò: il “dandy”. Ecco, adesso cercate di elaborarne il perfetto opposto. Masaccio a 18 anni è già considerato un maestro, ma è grossolano, non si cura del suo aspetto, né tantomeno di quello degli altri, non sa che cosa sia l’eleganza nel vestire, non conosce vizi o piaceri, cibi pregiati o denari, il suo epicentro è la pittura, la sua barcaccia, Firenze.

Il 1422 è l’anno del suo debutto ufficiale, il dipinto che lo consacra e lo presenta alle botteghe della città è il polittico con la Madonna col Bambino in trono tra due angeli, conservato nella chiesa di San Giovenale a Cascia, a Reggello, datato, appunto, 23 aprile 1422.

L’opera presenta una costruzione lucidissima e sicura, Masaccio non si è limitato a disegnare i contorni preparatori ma ha in testa il lavoro finito.

La predisposizione del chiaroscuro e la realizzazione architettonica e spaziale, sono un’assoluta innovazione che spezza i canoni della tradizione, sconvolge le abitudini e dona al mondo un nuovo modo di progettare i dipinti. Le figure imponenti, il colore che definisce la terza dimensione, esaltano l’inedito “gioco della prospettiva”.

L’architettura ricurva esalta la Regina dei Cieli, la Madonna, protagonista indiscussa dell’intero costrutto, che presenta al mondo il suo bambino. Il piccolo Gesù è raffigurato in termini sorprendenti per l’epoca, pervaso da una tenerissima umanità infantile, stringe a sé il cardellino che anticipa il suo martirio, ma ha due dita in bocca, come un semplice bambino.

Questo particolare dona estrema veridicità all’immagine e testimonia come, benché Masaccio sia pittore solenne e austero, ritragga i suoi personaggi con estrema e toccante sensibilità. Il volto tornito dalla luce esalta la bellezza della Vergine, gli angeli dal profilo perduto trasmettono una fisicità potente, con le ali fiammeggianti, simboli di estrema vivacità. Le indicazioni spaziali sottili, ma raffinate, suggeriscono un lavoro d’immensa minuzia nella ricerca del particolare.
Ma il vero capolavoro è senza dubbi la serie di affreschi che impreziosiscono la Cappella Brancacci, all’interno della chiesa di Santa Maria del Carmine. La storia narra che il pittore fiorentino, sebbene giovanissimo, godesse di grande fama negli ambienti artistici della città e Masolino da Panicale, pennello raffinato e illustre dell’epoca, lo volle con sé per gli affreschi commissionati dal ricco mercante e politico Felice Brancacci.

È decisamente improbabile che, nonostante la cospicua differenza d’età, tra i due vigesse un rapporto di allievo/maestro, dato che le capacità del giovane Masaccio erano evidentemente superiori e riconosciute.

Ciò che si compie all’interno di questa Cappella tra il 1424 ed il 1427, è uno di quegli eventi che deviano inesorabilmente il normale corso della storia.

Entrando l’occhio si abbuffa di colore, il visitatore ha la sensazione di prendere parte al dipinto e di interagire con le altre figure. È la magia della prospettiva: anticipata da Giotto, intrapresa da Brunelleschi e Donatello, consacrata da Masaccio.
Ma c’è di più, c’è la potenza del linguaggio, che rompe con la tradizione: sta nella differenza tra gli affreschi dei due pittori che si staglia di fronte al nostro sguardo.
La Tentazione di Adamo ed Eva di Masolino trasmette una serena compostezza, mentre nella Cacciata dal Paradiso Terrestre di Masaccio, l’impianto concettuale cambia radicalmente.
Una straziante agonia trasfigura i volti dei personaggi. Masaccio scardina la consuetudine di rappresentare la figura umana in maniera estatica, serena. Coglie il dolore, la sofferenza, i suoi dipinti sono vissuti, gridano. Eva è rotta in un urlo spaventoso, è il monito di una pittura che tenderà sempre più a rappresentare il vero.
Il destino ha voluto che questo geniale pittore se ne andasse poco dopo aver terminato il suo insuperabile capolavoro. Masaccio, forse per mano di un acerrimo e agguerrito rivale, morì avvelenato a Roma, a soli 27 anni.

Fu sepolto nella sua Firenze, proprio all’interno della chiesa di Santa Maria del Carmine, in un punto imprecisato, misterioso e silenzioso, proprio com’era lui.
Nessuno può sapere che cosa sarebbe riuscito a fare se avesse potuto operare per altre decine di anni, possiamo solo affidarci alle parole semplici e incredibilmente esegetiche di Leonardo Da Vinci:

«Tommaso fiorentino, scognominato Masaccio, mostrò con opera perfetta come quelli che pigliavano per altore altro che la natura s’affaticavano invano». 

Testo a cura di Gianluca Parodi

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