Mattia Papp, paesaggi commestibili
Muschi, radici e gelatine aromatiche popolano le tavole di Mattia Papp, che crea foreste commestibili tra mito, memoria, sacro e profano.
«Mattia, dobbiamo assolutamente fare un’intervista.» Così inizia una videochiamata Italia-Svizzera durata ore, in cui la conversazione oscilla tra ricordi d’infanzia e spiegazioni tecniche di cucina molecolare. Dall’altro lato dello schermo c’è Mattia Papp, fiorentino, oggi con il laboratorio all’Aia. Le mani grandi e i riccioli scuri, circondato da porcellane, smalti fatti a mano, bozzetti e dipinti.
Mi racconta Paesaggi Commestibili, la sua serie più recente: tavole lunghe tre metri che sembrano pavimenti di foresta. Muschio, radici e funghi diventano cibo, trasformati in oli essenziali e gelatine aromatiche.

Miti, banchetti e cinema
Mattia cucina da sempre. Cresce tra grandi tavole imbandite mentre ascolta i piccoli, grandi segreti della nonna, sopra un panchetto Ikea per raggiungere i fornelli. Affina poi la tecnica in Olanda, dove con pochi euro faceva la spesa al mercato e cucinava per tutti i coinquilini.
Ma l’ispirazione più grande arriva dal passato, da François Vatel, maestro di banchetti del XVII secolo al servizio anche del Re Sole. «C’è un film del 2001, Vatel, con Gérard Depardieu e Uma Thurman. Racconta di un banchetto di tre giorni: il primo dedicato al sole, il secondo all’acqua, il terzo al ghiaccio. Per me da bambino era magico: un uomo normale che orchestrava un universo di cucina, teatro, danza, pittura e scultura. Alla fine anche Uma Thurman si innamora di lui. Ho pensato: ‘Ecco, voglio fare così anch’io’» racconta Mattia.
Da lì, il banchetto diventa il suo mondo. Riferimenti ai Saturnali, al barocco, alla mitologia greco-romana raccontata dal padre come favola della buonanotte. Nascono tavole che evocano nature morte olandesi del Seicento, frutta e abbondanza, ma anche il memento mori, ricordando che ogni vita è effimera.

Boschi commestibili e performance
Il debutto artistico arriva quasi per caso. Dopo l’università di Belle Arti, Mattia inizia a lavorare nei catering, ma sente il bisogno di trasformare il cibo in linguaggio artistico.
Quando uno spazio gli propone un catering, lui risponde: «No, vi propongo una performance». Nasce così un Bosco commestibile in una grondaia lunga quattro metri e mezzo. Muschio e terra diventano pane, caffè, cacao, brodi ridotti, miso; verdure fermentate e cotte si trasformano in microcosmi naturali.
La seconda portata? Mattonelle dipinte con dodici colori naturali, ottenuti da verdure e spezie. Chi le prende può leccarle, trasformando il cibo in parte di una narrazione condivisa. Arte sacra, natura e ritualità si fondono, e il pubblico si avvicina come animali a un rito collettivo.
Decolonizzare il galateo
Mattia sfida le regole delle buone maniere. L’obiettivo? Contatto diretto, condivisione, rottura delle barriere. «Coltello e forchetta sono invenzioni recenti. In molte culture si mangia da sempre con le mani. L’esperienza diventa ancestrale, simile al ritmo del sesso: si comincia seguendo regole, poi si entra in un flusso di totale abbandono.» Il pasto diventa così un’esperienza democratica, dove ricchi e poveri siedono alla pari.

Mito e biografia personale
Per Mattia, macro e micro si fondono: mitologia universale e vita personale si incontrano nelle sue opere. Prendiamo Apollo e Dafne: Dafne, ninfa bellissima, viene trasformata in alloro per sfuggire ad Apollo. Crea così un olio di alloro, intenso e resinoso. Mette poi il cardamomo nero a bollire nella vodka, condensando i vapori in un gel che ricorda le gocce di pioggia sulle foglie degli alberi. Racconta il mito, sì, ma anche sé stesso e un amore giovanile consumato sotto la pioggia d’autunno. «Parlare di miti è anche un modo per restare legato all’Italia, pur vivendo all’estero» conclude con un sorriso.

Sottobosco: radici e metamorfosi
Di recente, la ricerca torna alle radici. La mostra personale arriva a Firenze: le ceramiche della serie Sottobosco resteranno in esposizione fino a inizio novembre alla The Hox Gallery del The Hoxton.
Piccoli mondi sospesi dove radici intrecciate, linfe nascoste e metamorfosi silenziose raccontano il fragile equilibrio della natura. Un viaggio nel buio fertile della undergrowth, dove ogni frammento diventa eco di vita e trasformazione.
Articolo proveniente dal numero autunnale del magazine F.U.C.K. (Florence Urban Cocktail Kitchen)