Miss Swirl: la creatività e la forza di ritrovare se stesse.

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Capovolgere un problema in opportunità è un percorso lungo e travagliato, ma per fortuna a volte c’è chi riesce a farlo, e Sara, aka Miss Swirl, ne è un esempio.

 

Quante volte ci siamo guardate allo specchio e ci siamo soffermate a contemplarlo con un certo senso di insoddisfazione? I lineamenti asimmetrici, l’occhio un po’ sbilenco, il chiletto di troppo o di meno, i capelli che non stanno mai come devono stare… o i capelli che non ci sono più.

Fiorentina di nascita, cresciuta in una famiglia di cappellai artigiani, artista estrosa e creativa in tutte
le sue forme, nonché grande ammiratrice di Anna Piaggi, non passa sicuramente inosservata.

In particolare, tre tratti non sfuggono allo sguardo: un girigogolo disegnato sul lato dell’occhio, il
segno che la tricotillomania le ha lasciato sul viso e un sorriso contagioso. La storia del primo è più
facile da raccontare. Se lo disegna ogni giorno da quando ha 14 anni, dopo aver scoperto per la
prima volta l’arte del trucco su The Sims 2. La seconda merita decisamente due parole in più. Ma
partiamo dall’inizio.

La tricotillomania (TTM) è un impulso compulsivo di strapparsi capelli e peli del viso, che può
arrivare al punto in cui la perdita dei peli diventa visibile, fino a diventare un danno irreversibile.

Dal greco thrìx – capello, tìllo – strappare e manìa – mania, ossessione: così si presenta la
definizione ufficiale del disturbo dietro al quale si intrecciano le storie di moltissime persone.
E sono molte di più di quanto potremmo immaginare:

147 milioni soffrono di alopecia, il 67% dei pazienti perdono i capelli durante la chemio e circa 4/10 della popolazione mondiale tende alla TTM.

Ma quando la vita ti toglie qualcosa, ti costringe a guardare oltre gli schemi in cui ti sei
adagiato per anni: cambiano la prospettiva, l’angolatura, la luce e la forza con cui si stringe quella
macchina fotografica che inquadra il nostro nuovo mondo.
Sara inizia da piccola, quasi per gioco, come accade a tante altre bambine e adolescenti. All’inizio
non lo percepisce come un bisogno o un problema, finché i genitori e gli amici non cominciano a
preoccuparsi. Nei primi anni tenta di mascherare il disturbo, ma, come scrive nel suo blog,

«quando cerchi di nascondere da solo i difetti che proprio di te non riesci ad accettare, finisce che sono
proprio quelli che le persone vedono per primi».

Inizia così quel lungo percorso di lavoro su se stessa che continua ancora oggi, surfando sull’onda della TTM:

«La mia battaglia non l’ho mai vinta, ma ho imparato a surfarci sopra. Ho capito che scegliere la vita significa prendersi la responsabilità nei confronti di se stessi di vivere il proprio tempo con il meglio che abbiamo».


È con questa consapevolezza che nasce l’idea del progetto A bald model with a bold purpose: uno
spazio di condivisione delle esperienze per le donne senza peli, in cui possano finalmente trovare gli strumenti per riscoprire la versione migliore di se stesse.

Ricreare la propria immagine a seguito del trauma significa ricreare anche la propria identità, e questo è possibile grazie a un profondo lavoro su se stesse, oltre a consigli più pratici su moda, accessori e make-up. Sperimentare, sperimentare, sperimentare, con l’obiettivo ultimo di ricercare e costruire (o ri-costruire) la propria autostima:

«Il tuo aspetto è un messaggio. E voglio aiutare queste donne a diventare padrone della più forte
autostima che c’è in circolazione». 

Un problema può essere vissuto come un trauma, ma allo stesso tempo offre la possibilità di
reinventarsi, e Sara ha scelto di esporsi in prima persona, presentando ufficialmente il progetto a
giugno allo Student Hotel in occasione dei Bed Talks. Racconta e condivide la sua storia e il suo
percorso attraverso i social, sfruttando così un canale che arriva alle persone senza invaderne la
sfera più intima e privata, ma lasciando che siano loro ad avvicinarsi e a contattarla liberamente. Il
primo contatto è stato con una ragazza musulmana che vive all’estero, il che ha reso
immediatamente chiaro quale fosse l’entità del problema, ben oltre le innumerevoli frontiere
linguistiche, culturali e religiose. Molte di queste donne si sentono o si sono sentite spogliate di
qualcosa, e spesso in giro si trovano solo metodi cerotto che non forniscono una vera soluzione.

Certo, ognuna ha la sua storia, ma esponendosi in prima persona raccontando la sua, Sara cerca di
fornire un appoggio reale, un trampolino di lancio verso una nuova vita col sorriso. Non
conformandosi agli stereotipi di bellezza a cui siamo quotidianamente abituate, ma in una forma
totalmente rinnovata a partire dalla nuova situazione di diversità, imparando a gestire il giudizio
degli altri ma soprattutto quello che ogni donna spesso si sentenzia da sola:

«Senza capelli, ciglia e sopracciglia si può ricostruire tutto da zero, le possibilità sono infinite!». Insomma, insegnare a se stesse ad amarsi: impresa non da poco. Impariamo tutte a essere oneste davanti allo specchio,perché in genere non lo siamo proprio per niente »

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