Muro, la storia di Lisa

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Parte da un’esperienza biografica il racconto di Isabella Vezzosi, protagonista e autrice dello spettacolo Muro, la storia di Lisa: una piéce teatrale che vuole raccontare, in maniera semplice e diretta, le vicende di un’infanzia offuscata dalle violenze, verbali e psicologiche, subite alle scuole elementari.


Sul palco si alternano la voce narrante di Elda Alvigini, l’interpretazione della regista e attrice Silvia Rabiti e della stessa Isabella nei panni del ruolo più difficile: se stessa.
Per saperne di più abbiamo incontrato Isabella, Silvia e il dottor Simone Pesci, psicologo e psicoterapeuta che collabora attivamente al progetto.
Isabella, come è nata l’esigenza di scrivere questo testo?
Sono mamma di tre figli e, seguendo un corso di lettura di favole, mi sono trovata quasi per caso a iniziarne una di mio pugno. Man mano che scrivevo però, mi rendevo conto che quella era una ‘vera’ storia: la mia. Ho realizzato che sentivo l’esigenza di buttare fuori, di allontanare da me quello che avevo sopportato da piccola e di restituirlo, sublimato, al pubblico. Ne ho parlato con diversi attori e registi, artisti e psicologi e, alla fine con l’aiuto di Silvia, abbiamo messo in piedi uno spettacolo.
Uno spettacolo che si propone di andare in scena anche nelle scuole, giusto?
Si, insieme al dottor Simone Pesci e a un team di psicologi, abbiamo creato un progetto da presentare alle scuole medie inferiori e superiori che prevede, al termine della rappresentazione, un laboratorio a tema per parlare e approfondire il messaggio lanciato con la visione precedente.
Infatti, il bullismo è uno degli argomenti di cronaca più attuali e dibattuti. Secondo te, il vostro spettacolo può essere veramente utile?
Onestamente, non lo so: questo dipende solo dal cuore delle persone che lo vedono. Non posso né voglio prevedere quale sarà la reazione dei diversi pubblici ma spero che, attraverso il teatro e l’immedesimazione scenica, si possa dare comunque uno spunto di riflessione, se non toccare corde più o meno esposte…
Vorrei rivolgere una domanda a Silvia Rabiti, regista oltre che co-protagonista e actor coach di Isabella. Silvia, quali credi siano i punti di forza di Muro?
Penso che molto stia nella semplicità di una storia vera che descrive tutto l’iter delle violenze perpetrate e subite, delle reazioni suscitate e delle conseguenze. Sul palco ci sono due tempi della narrazione: quello di una Lisa adulta e quello di una Lisa piccola che sono la stessa persona ma, inevitabilmente e necessariamente, diversa… In più sono anche molto orgogliosa del titolo: Muro significa molte cose. È ciò che separa, emargina, divide, ma anche ciò che si abbatte e che si sgretola con il tempo: il Muro è attore protagonista insieme a noi.
A questo proposito, dottor Pesci quali crede che possano essere le opportunità offerte dalla visione a scuola o in classe?
Sicuramente il teatro suscita emozioni ed è da lì che bisogna partire. Attraverso il riconoscimento e la condivisione dell’emozione (“Cosa hai provato?” “Cosa ti ha colpito?” “Come ti sei sentito?”) si può capire che il bullismo non è solo un rapporto vittima/carnefice ma che siamo tutti parte della dinamica che permette e alimenta il fenomeno. Paradossalmente ne siamo tutti attori partecipanti: peccato che non sempre si tratti solo di rappresentazione scenica.
Infatti, a giudicare dai fatti di cronaca e dall’esposizione mediatica, sembra che il comportamento sia in netta espansione. Perché?
In realtà credo che il bullismo, per così dire, ci sia sempre stato: sia in quanto episodio isolato o ricorrente di prevaricazione e di prepotenza sia, infine, come forma di vera e propria aggressione e violenza. In passato e in certi contesti si tendeva a minimizzare o a silenziare i fatti, adesso, anche grazie alle nuove tecnologie, il fenomeno è stato reso più visibile.
Si sta riferendo al cosiddetto cyberbullismo?
Anche. Il fatto di ‘condividere’ e postare tutto quello che si fa, amplifica a dismisura e cambia la forma e la portata, seppure non la sostanza, della violenza o degli episodi. Oltretutto, in rete nulla si distrugge: gli strascichi temporali allungano inevitabilmente le ombre delle conseguenze.
Ma se è accertato che le conseguenze psicologiche di chi ha subito abusi in età infantile o adolescenziale sono molto forti, è possibile uscirne?
Ovviamente dipende dai singoli casi ma una cosa è certa: non si dimentica o si cancella, al contrario ci si evolve, come succede alla Lisa dello spettacolo. In questo senso portare testimonianze e adottare misure preventive aiuta perché non si creino altri muri: perché le vittime non si sentano e non siano, ancora di più, isolate.
Qual è in tutto questo il ruolo delle autorità: la famiglia, gli insegnanti?
Quasi sempre sono infatti loro il primo bersaglio delle accuse ed è innegabile che abbiano almeno una parte della responsabilità: come dicevo siamo tutti parte della dinamica. L’insegnante o il genitore ha il ruolo di osservare il proprio figlio o il singolo alunno: come sta, come si comporta all’interno del suo gruppo, ecc. Inoltre, se si riscontra una sofferenza o un trattamento ingiusto, l’adulto ha il dovere di intervenire, di non fare un passo indietro. Bisogna ricordare che, a seconda delle circostanze, possiamo essere tutti potenzialmente vittima o carnefici e, di quanto succede, ne siamo tutti in parte responsabili.
In questo senso, chi è il bullo per eccellenza? È possibile identificarlo?
In generale, per bullo si intende chi ha un comportamento aggressivo, prepotente, dominante. Chi, molto spesso, capeggia un gruppo di gregari che lo fiancheggiano. Ma non sempre il comportamento singolo è indicativo di bullismo: perché si possa veramente parlarne, con proprietà di termini, gli episodi devono essere sistematici e ricorrenti. Altrimenti tutto, anche i normali ‘screzi’ legati al processo di crescita, diventano bullismo: normalizzando e banalizzando un fenomeno che, di per sé, può essere grave e molto pericoloso.
È possibile combattere tutto questo? Come?
Vorrei sperare di sì. Sicuramente parlarne, affrontare il discorso anche nelle scuole o in famiglia può aiutare a riconoscere i comportamenti ‘ambigui’ e a stabilire quell’empatia di gruppo, quella capacità di ‘mettersi al posto di’ che, spesso, manca e diventa una delle radici dell’aggressione. In questo senso i laboratori teatrali, i role play e i dibattiti come quelli che proponiamo al termine dello spettacolo si rivelano sicuramente una buona misura preventiva.

ENGLISH VERSION>>>>
Isabella Vezzosi’s play Muro, la storia di Lisa is based on real events: when Isabella was a child, she was a victim of bullying at school. On stage, Elda Alvigini is the narrator’s voice, Silvia Rabiti is both director and actor and Isabella plays herself.
We met Isabella, Silvia and psychologist Simone Pesci to get to know a bit more about this play.
Isabella, how did you decide to write this play?
I am a mother of three and while I was attending a fairy tales’ reading I started writing one myself. Gradually, I realized I was writing about my childhood. Suddenly I felt the urge to share what happened to me with the public. I spoke about it to some actors and directors, then decided to do it with Silvia.
You think about taking the play into schools, is that correct?
Yes, we want to perform in schools and then talk with the students to elaborate the message of the play.
In fact, bullying is a very topical subject. Do you think the play can actually be useful?
I don’t know, to be honest. It depends on the heart of the people watching it. I really hope it may be something to reflect on, at least.
I would like to ask Silvia Rabiti, who is both director and co-protagonist: which are the strong points of Muro?
I think that the simplicity of a real story, with all its implications and consequences, can do much. On stage there are two narrative times: a grown-up Lisa and a little one, they’re the same person but necessarily very different. I’m really proud of the title, too: Muro means many things. It is both something that divides and something that can be demolished.
Doctor Pesci, what are the opportunities of watching the play at school?
It’s important to recognize and share the emotions that come with it (“What did you feel?”), and to understand that bullying is not only a victim-and-executioner matter but it involves all of us.
It looks like bullying behaviours are increasing, why?
I think that there has always been bullying. Nowadays it is just more visible.
Are you talking about cyberbullying?
That too. Sharing and posting whatever we do magnify things, even though it doesn’t change the essence of events. Besides, in the web nothing can be destroyed so the shadows of consequences are inevitably longer.
Given that psychological consequences for those who suffered from abuse in their childhood are very strong, is it possible to heal?
It obviously depends on each case but nothing can be forgotten or erased – we evolve, like Lisa in the play.
What should authorities do: family, teachers?
It’s true that a part it’s always their responsibility: as I was saying before we’re all involved. Teachers and parents should observe their pupil or son: how he is doing, how he behaves etc. Adults must intervene in case on unfair behaviours.
Is it possible to identify the “proper” bully?
Bullies are usually aggressive, dominant. They’re leaders of a group. But it’s important to distinguish that bullying involve recurring and systematic episodes of violence – otherwise we risk to confuse normal rifts with bullying and that’s dangerous too.
Is it possible to fight this? How?
I hope so. Talking is important, both at home and at school, as it helps to recognize “ambiguous” behaviours and to put oneself in the other’s shoes.

Testi di Rita Barbieri

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