Arturo Galansino: Palazzo Strozzi come laboratorio di futuro
Il direttore di Palazzo Strozzi Arturo Galansino ha raccontato a FUL Magazine la sua idea di museo contemporaneo: un dialogo tra passato e presente per una Firenze più consapevole del proprio patrimonio.
Con i Savoy Talks FUL Magazine ha inaugurato un nuovo capitolo di confronto e dialogo sulla Firenze di oggi. Nel salotto dell’Hotel Savoy, personalità della cultura e della vita civile si sono raccontati, offrendo sguardi inediti e riflessioni sul futuro della città. Di seguito la trascrizione dell’incontro con Arturo Galansino, direttore della Fondazione Palazzo Strozzi. Nato ad Alessandria nel 1976, Galansino si è laureato in Lettere a Milano con una tesi su Caravaggio, ha lavorato come curatore al Louvre di Parigi, alla National Gallery e alla Royal Academy of Arts di Londra.
Da quasi dieci anni guida la principale istituzione espositiva di Firenze, con un approccio che ha saputo coniugare la grande storia del palazzo rinascimentale con le voci più significative dell’arte contemporanea. Gli abbiamo chiesto di accompagnarci dietro le quinte della programmazione culturale, di raccontarci il rapporto tra museo e città e di condividere la sua visione sul futuro dei musei in un mondo in trasformazione.
Arturo Galansino ha portato l’arte contemporanea in un contesto rinascimentale. Come si costruisce l’equilibrio tra un contenitore storico e contenuti sempre nuovi? Il Rinascimento è una prigione dorata o una lente che può ancora far leggere il contemporaneo?
È stata una strategia precisa, che abbiamo sviluppato negli ultimi dieci anni. Portare i grandi artisti viventi a Palazzo Strozzi è stata una scelta che all’inizio sembrava audace, quasi rischiosa, ma oggi credo che sia assodato che queste mostre funzionano. Palazzo Strozzi si è ritagliato un posto per quanto riguarda le mostre contemporanee: sono spesso tra le più visitate in Italia e hanno conquistato un posto importante sulla scena internazionale.
Quando ho iniziato, nel 2015, la situazione era diversa. L’Italia scarseggiava o addirittura mancava di grandi mostre contemporanee. Per questo molti appassionati erano costretti a viaggiare a Londra, Parigi o Berlino. Inizialmente era una scommessa piuttosto audace, perché molte delle persone coinvolte nella Fondazione Palazzo Strozzi la vedevano come una sfida. Questo perché Firenze è molto legata alle sue tradizioni, molto legata al passato, ma mi sembrava evidente che avesse un potenziale enorme in questo senso: è una città ben connessa: in sole due ore si raggiungono Roma o Milano.
Mancava solo un luogo in grado di offrire questo tipo di proposta. E Palazzo Strozzi, con la sua architettura rinascimentale perfetta, rappresentava una sfida e un’opportunità unica.

Come vedi possibile questo “matrimonio” tra Rinascimento, culmine della civiltà e dell’arte morale, e l’arte contemporanea che spesso sfida e stravolge i valori tradizionali?
Credo che partire dai luoghi in cui operiamo con gli artisti ci abbia permesso di sviluppare il loro lavoro anche mettendolo in discussione e trovando punti di contatto con il passato. Abbiamo, ad esempio, realizzato diverse mostre sul tema arte e scienza, uno dei baluardi dell’identità del pensiero umanistico rinascimentale e artistico, e molti artisti si sono ispirati a questi concetti nei loro lavori.
Questo approccio ha funzionato molto bene. Palazzo Strozzi, del resto, è un museo particolare: non ha una collezione permanente, è un contenitore vuoto. Questo può sembrare un limite, in realtà offre una libertà straordinaria. Ogni mostra nasce come un progetto unico, pensato nei minimi dettagli, spesso con opere delicate e preziosissime, difficili da organizzare e prestare altrove.
Il nostro lavoro non si limita all’esposizione: ogni progetto vive grazie all’ambizione, alla cura curatoriale e a una rete di iniziative che ruotano attorno alla mostra stessa. In questo modo possiamo creare grandi mostre partendo da un contenitore vuoto, che siano coerenti, rilevanti e capaci di dialogare con la storia senza esserne sopraffatte.

Sono i gusti personali o il bene dell’istituzione a guidare? Se l’artista più scomodo fosse anche quello più necessario, ci rinunceresti per il bene dell’istituzione?
Bisognerebbe capire cos’è il “bene dell’istituzione”. Lavorare in un museo significa avere chiaro dove sei, cosa stai facendo, quale è l’identità del luogo, le sue necessità e la sua missione. Sono tutti elementi che abbiamo tenuto sempre presenti, anche quando abbiamo completamente rivoluzionato la programmazione contemporanea di Palazzo Strozzi rispetto al passato.
Il nostro obiettivo è portare a Firenze eventi internazionali che possano contribuire allo sviluppo culturale, sociale ed economico della città e del territorio. Palazzo Strozzi è una fondazione pubblico–privata dove partecipano soci pubblici, ma la maggioranza è costituita da imprenditori privati, interessati allo sviluppo culturale ed economico di Firenze.
La nostra sfida è attrarre un pubblico consapevole, che sia differente dal turismo di massa, promuovendo un’offerta culturale sostenibile. Quando se ne parlava vent’anni fa era un concetto all’avanguardia, si avvertiva meno il pericolo del turismo di massa che oggi, invece, esiste sotto varie forme. Il bene di Palazzo Strozzi è quello di continuare così.
I contenuti delle mostre sono cambiati negli anni: prima ci concentravamo sull’arte moderna e del Novecento, oggi sul contemporaneo, pur continuando a valorizzare i grandi maestri del Rinascimento. I principi, però, restano gli stessi: sostenibilità, qualità e rilevanza culturale. In questo senso, le scelte non sono guidate dal gusto personale, ma dalla coerenza con la missione dell’istituzione.

Palazzo Strozzi è ormai un laboratorio vivo di dialogo tra tradizione rinascimentale e contemporaneità, spesso con artisti già “canonizzati” (Koons, Abramović, Kapoor…). Quanto un’istituzione come la vostra può permettersi il rischio reale di scommettere su artisti meno noti? Se la qualità coincide sempre con nomi già certificati dal mercato globale, non stiamo solo facendo da megafono a un sistema che ha già deciso chi conta e chi no?
La qualità di una mostra non dipende esclusivamente dal nome dell’artista, ma da come la mostra viene realizzata. Anche un artista emergente può dare vita a un progetto straordinario, così come uno già affermato potrebbe fare una mostra meno convincente se il lavoro curatoriale non è all’altezza. Ogni progetto segue le best practice internazionali che sono metodologie, quindi la qualità della mostra non è data, ripeto, solo dal prestigio dell’artista.
Per un’istituzione come Palazzo Strozzi non era scontato portare questi nomi in Italia; molti di loro non avevano mai tenuto grandi mostre qui. Inoltre, presentati in questo contesto, spesso con riferimenti storici, gli artisti trovano stimoli per creare qualcosa di nuovo e unico.
Per quanto riguarda le giovani generazioni, la nostra sfida è alfabetizzare il pubblico. Il pubblico di Palazzo Strozzi è colto e attento: pur non enorme, è una massa critica in grado di apprezzare la qualità. In questo senso, anche le scommesse su artisti meno noti contribuiscono a consolidare il ruolo culturale della fondazione, senza sacrificare né il rigore né la qualità delle mostre.
Palazzo Strozzi si trova in una posizione centrale, in una città come Firenze, che è profondamente segnata dal turismo di massa. Come influenza questo la relazione tra l’istituzione e il pubblico, anche in un contesto di globalizzazione dei musei?
La posizione centrale di Palazzo Strozzi è sicuramente un vantaggio, ma allo stesso tempo ci pone in un contesto urbano complesso. Analizziamo il nostro pubblico in modo molto dettagliato e posso dire che non marcia sul turismo di massa. A Firenze arrivano circa 10 milioni di turisti all’anno, ma la loro permanenza media è breve, poco più di una notte, quindi raramente riescono a visitare le nostre mostre.
Il nostro pubblico è costituito da un terzo da locali e residenti toscani, che visitano con continuità le mostre. Si tratta di un pubblico speciale – composto da visitatori provenienti dal resto d’Italia, soprattutto dal Nord – che arrivano appositamente grazie ai collegamenti veloci. Solo una piccola parte (15-20%) sono turisti stranieri di passaggio, mentre quelli di massa, che spesso vengono per attrazioni iconiche come gli Uffizi o il David, raramente scelgono Palazzo Strozzi.
Questo ci permette di offrire un’esperienza culturale più consapevole e di qualità: i visitatori apprezzano l’arte e consumano il territorio in modo sostenibile, supportando ristoranti, negozi e artigianato locale. Anche se i numeri sembrano piccoli – circa 300.000 visitatori all’anno – l’impatto economico e culturale è significativo: nel 2022, per esempio, Palazzo Strozzi ha generato circa 120 milioni di euro per l’economia locale.
In questo senso, l’istituzione diventa un baluardo contro i fenomeni del turismo di massa: promuove un’esperienza autentica e consapevole, contribuendo alla sostenibilità culturale ed economica della città, senza chiudere Firenze al mondo, ma cercando di riequilibrare le dinamiche di visita e consumo.

Ci sono delle strategie che Palazzo Strozzi adotta per trasformare una mostra in un’esperienza culturale e sociale e non solo in uno spettacolo?
Il termine “spettacolo” è positivo, le mostre devono attrarre il pubblico, ma per noi non si tratta solo di intrattenere. Fin dall’inizio, puntiamo a creare esperienze culturali significative: le mostre sono progettate per essere accessibili a tutti, anche a chi si avvicina per la prima volta all’arte contemporanea, e spesso trattano temi importanti come femminismo, diritti umani, inquinamento, immigrazione e cura dei più deboli. Temi forti, non sempre “acchiappa pubblico”, ma fondamentali per stimolare la riflessione. Molti del pubblico hanno iniziato a capire il contemporaneo grazie a queste mostre.
Organizziamo centinaia di attività collaterali per ogni mostra: visite guidate, laboratori, incontri, esperienze interattive. Gli ultimi dati mostrano che più di un visitatore su quattro partecipa a queste attività, trasformando la visita in un’esperienza personale e unica.
Questa strategia non solo fidelizza il pubblico, ma lo aiuta a comprendere e apprezzare l’arte contemporanea, anche chi inizialmente era più scettico. Negli anni, grazie a questo approccio, Palazzo Strozzi ha guadagnato reputazione e credibilità a livello internazionale, senza mai perdere il contatto con la città: anche i fiorentini più refrattari hanno imparato ad appassionarsi, riconoscendo il valore del nostro lavoro e della nostra metodologia.
In un’epoca di musei globalizzati, qual è il tratto distintivo di Palazzo Strozzi?
Essere a Firenze. Può sembrare un limite – una città di 300.000 abitanti, non una metropoli – ma è anche la nostra forza. I milioni di turisti che la visitano non si distribuiscono uniformemente nelle nostre sale. Dal punto di vista economico e organizzativo, lavorare qui significa confrontarsi con sfide diverse rispetto a città come Londra, dove le dinamiche e le risorse sono completamente differenti.
Il policentrismo italiano e la ricchezza culturale del territorio comportano che le istituzioni debbano focalizzarsi sul proprio ruolo locale, valorizzando il contesto e la comunità circostante. Palazzo Strozzi trae forza proprio da questa specificità: non ci affidiamo esclusivamente al “fratello maggiore Rinascimento” come trampolino di lancio, ma utilizziamo la storia e l’eredità culturale di Firenze come un plus per portare il nostro lavoro a un livello superiore, offrendo esperienze culturali uniche e radicate nel territorio.

Gli artisti che passano da Strozzi spesso vedono crescere valore e quotazioni. Quanto vi sentite parte attiva di un sistema di validazione economica, oltre che culturale? E vi ponete limiti etici in questo ruolo?
Una parte del nostro programma riguarda le mostre dedicate alle generazioni più giovani, ai meno affermati. Anche qui, la scelta è qualitativa: selezioniamo artisti non sulla base del gusto personale o di un’intuizione soggettiva, ma considerando criteri professionali e di ricerca, collaborando con istituzioni e programmi che studiano l’arte contemporanea.
Il mercato è uno specchio dei valori culturali, ma Palazzo Strozzi non partecipa direttamente alle dinamiche commerciali. È inevitabile che un artista possa vedere aumentare il proprio valore dopo una mostra importante, ma queste sono conseguenze esterne sulle quali non interveniamo. Il nostro ruolo è osservare consapevolmente il mercato senza esserne coinvolti: pensiamo al mondo dell’arte come a un ecosistema delicato, in cui occorre bilanciare università, istituzioni, gallerie e collezionisti, senza mischiare pesci incompatibili nello stesso acquario.
In sostanza, ci concentriamo sulla qualità e sulla rilevanza culturale delle mostre, lasciando che eventuali riflessi sul mercato siano naturali e non guidati da noi. Questo mi porta a fare anche un’ulteriore riflessione sul fatto che, quando riusciremo a essere più sostenibili – per quanto riguarda il sostegno economico, gli sponsor, il pubblico, ecc. – portando gli artisti e sostenendo il lavoro contemporaneo, spero che potremo far emergere sempre più progetti significativi.
Firenze, però, non è una città facile per queste dinamiche, come dicevo prima. Detto questo, continuiamo a mantenere la rotta in questa direzione.
A livello personale, cosa la mantiene curioso e cosa la spingerebbe a cambiare strada?
Il mondo dell’arte è estremamente ampio: si va dalla filologia agli artisti contemporanei e c’è davvero molto spazio per nutrire il mio interesse. Questo è un campo che continua a stimolarmi e a sorprendermi, senza farmi sentire la necessità di cambiare mestiere, anche se ho molte altre passioni. Arrivato ormai a metà del mio percorso di vita, posso dire che questo lavoro continua a dare grandi soddisfazioni.
Foto: ©Gianmarco Caroti