L’artista dovrebbe essere erotico parola di Marina Abramović

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La mostra retrospettiva che Palazzo Strozzi ha dedicato a Marina Abramović è stato l’evento culturale più importante del 2018 a Firenze e si concluderà il prossimo 20 gennaio.

Per l’inaugurazione i nostri collaboratori Rita Barbieri e Francesco Sani vi avevano presentato un ritratto della celebre performer artist di Belgrado e oggi ( in questo articolo ), a chiusura del cerchio, si sono confrontati su cosa hanno preferito, cosa meno ed i motivi per cui, se non lo avete ancora fatto, vale la pena visitarla. marina abramovic a firenze/

Perché visitare la mostra

Francesco
Marina Abramović è la prima artista che usa il suo corpo al limite per performance così concettuali e interagire con lo spettatore. Non sa quello che può succedere, ha spinto all’estremo anche il suo pubblico fino a rischiare la vita: la prima volta che presentò “Rhythm 0”, nel 1974, uno dei partecipanti scelse la pistola, gliela puntò alla testa e scoppiò un rissa tra i presenti. Oggi tutto è già visto e rivisto ma negli anni Settanta queste performance erano radicali, tra l’altro teorizzate da un’artista femminile in un Paese autoritario. La Jugoslavia, pur a regime socialista, stava vivendo una vera e propria rivoluzione culturale mentre da noi in Italia c’era la cappa degli “anni di piombo”, che influenzarono negativamente anche l’arte di quel decennio. marina abramovic a firenze/

Rita
Sono d’accordo con Francesco sul fatto che la Abramović sia un punto di non ritorno per l’arte contemporanea: una sorta di cesura tra quello che c’era prima e quello che è stato fatto dopo. Marina è una delle prime artiste a concepire performances in cui l’artista, l’opera e il pubblico non sono più distinguibili, nè tantomeno ‘prevedibili’. È la prima volta in cui il fattore ‘sorpresa’ entra veramente in gioco con tutta la sua forza: vai a vedere una mostra e non sai minimamente cosa aspettarti… Questo genera aspettativa, attenzione e quell’atmosfera di suspence che non guasta mai. La definirei una mostra ‘ascendente’, in cui non sei veramente mai sicuro di aver raggiunto il climax se non alla fine…. Appassionante come un libro ben scritto, piena di colpi di scena come un film d’azione, piena di contenuti come (e più) di un discorso politico…. Seriamente: davvero mi stai chiedendo perchè andare a visitarla?

Cosa ti è piaciuto

Francesco
Devo fare i complimenti al curatore Arturo Galansino, mi è piaciuta la ricostruzione fedele del percorso artistico di Marina Abramović. Il visitatore scopre gli esordi sperimentali negli anni ‘70 al SKĆ di Belgrado, il Centro d’arte Studentesco, fino alle performance contemporanee più “pop” al MOMA di New York. Personalmente credo le prime performance siano quelle più d’impatto: “Rhythm 0”, “Role Exchange” o “Lips of Thomas”. Ripeto, per la prima volta un artista usava il suo corpo in modo così estremo per interagire con il pubblico. Cito anche “Balkan Baroque” come momento di riflessione sulle guerre etniche nei Balcani. marina abramovic a firenze/

Rita
Mi è piaciuto particolarmente l’allestimento nella Strozzina: il bianco e l’architettura caratteristica del posto creano uno sfondo perfetto per le opere in mostra. Mi è piaciuto anche, ovviamente, il fatto di poter ‘incarnare’ e prendere un ruolo attivo nelle performance, sperimentando sensazioni che non immaginavo. Mi chiedo cosa dovesse aver provato il pubblico di Marina, partecipando in quel contesto specifico e in quella determinata epoca storica. La riposta non posso averla, un indizio più che sufficiente sì.

Cosa non ti è piaciuto

Francesco
Non mi è piaciuto che la re-performance “Imponderabilia”, ovvero quella del 1977 con Marina e Ulay in piedi nudi uno di fronte all’altro costringevano i visitatori all’ingresso della Galleria d’Arte Moderna di Bologna a passare in mezzo a loro, sia riproposta come facoltativa. A mio avviso, per chi accede alla mostra, non ci doveva essere la possibilità di passare lateralmente ai due performer nudi. Far provare al visitatore questa esperienza è di grande impatto e dato il contesto non credo possa urtarne troppo la sensibilità. Tra l’altro mi pare che l’eventuale imbarazzo nasca proprio da aver dato tale scelta.

Rita
Forse non mi è piaciuta la scelta di focalizzare, fin dal titolo e dai manifesti pubblicitari, tutta l’attenzione sul “nome” dell’artista piuttosto che sull’arte in sè. Sicuramente, Marina è un “nome” che non ha bisogno di pubblicità ulteriore e che ha il potere di richiamare ondate di pubblico. Il punto è che, oltre a questo, c’è molto di più: storia, passione, sofferenza, sperimentazione, lavoro, vita privata … E tutto questo sembra un po’ passare in secondo piano, messo in ombra dall’attrattiva del nome, che campeggia a lettere cubitali su ogni manifesto, locandina o cartellone.

Una sensazione

Francesco
Stupore, direi. Soprattutto per due performance che non conoscevo. La prima è sicuramente “Role Exchange” quando Marina, arrivata per la prima volta ad Amsterdam nel 1975, propose ad una prostituta di cederle il suo posto in vetrina nel quartiere a luci rosse per quattro ore. La ragazza nel mentre l’avrebbe sostituita all’inaugurazione di una mostra! La domanda che sorge spontanea è se durante la performance qualcuno… Beh, ci siamo intesi! La seconda è “The Hero”, la performance dedicata alla scomparsa del padre Vejo, eroe di guerra: Marina, su un cavallo bianco con una grande bandiera bianca, canta con voce dolce “Hej Slaveni”, il vecchio inno della Jugoslavia socialista morta e sepolta anch’essa come il vecchio combattente partigiano.

Rita
Difficile. Se dovessi scegliere una sola parola mi appellerei a “discomfort”, termine che prendiamo spesso in prestito dall’inglese, trascurando però tutta una rosa di significati importanti. Andare a vedere questa mostra non ci mette a nostro agio, anzi si generano sentimenti di “discomfort” nel passare attraverso passaggi stretti ‘invasi’ da corpi nudi, nell’osservare e essere osservati intensamente da qualcuno che non ci conosce, dal vedere certe performances al limite dell’autolesionismo e immaginare ciò che si possa provare. Allo stesso tempo, tutto questo è “discomfort” perchè ci porta fuori dalla nostra “Comfort Zone”: dalla nostra quotidianità così convenzionale e definita che non abbiamo più bisogno di andare alla ricerca di significati ulteriori per interpretare ciò che vediamo.
Questa mostra non è semplice da capire e apprezzare: per questo visitarla può farci sentire scomodi. Come quando, con fatica estrema, ci approcciamo a un’altra lingua per la prima volta, cercando di interpretare i segni per trovarne le chiavi. Ecco, con Marina, secondo me bisogna far questo: uscire dal mondo del “comfort”, entrare in quello del “discomfort” e farci guidare, per arrivare alla fine a comprendere e apprezzare altri codici, altre forme, altri linguaggi e farci arricchire da questi.

Titolo: citazione da “An Artist’s Life Manifesto” by Marina Abramović

Testo di Rita Barbieri e Francesco Sani

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