Iran, il silenzio che non possiamo permetterci
Donna Vita Libertà a Firenze e il dovere di continuare a parlare dell’Iran: la manifestazione sabato 14 febbraio
Viviamo in un momento storico in cui il mondo sembra attraversato da troppe crisi contemporaneamente. Guerre, tensioni internazionali, instabilità economica. L’attenzione si frammenta, le notizie restano in prima pagina per pochi giorni, poi vengono sostituite da altro. E la situazione esplosa in Iran rischia di diventare una di quelle storie che scivolano via così. Negli ultimi mesi abbiamo sentito parlare di proteste, di una brutale repressione repressione, esecuzioni di massa, poi il blackout di internet e il silenzio. Le informazioni si sono fatte più rare, più difficili da verificare.
Il movimento Donna Vita Libertà Firenze nasce proprio da questa esigenza: non lasciare che il silenzio copra ciò che sta accadendo. L’associazione si è costituita dopo l’uccisione di Mahsa Amini nel 2022, la giovane donna curda iraniana arrestata dalla “Polizia Morale” per non aver indossato correttamente l’hijab e morta pochi giorni dopo mentre era in custodia. La sua uccisione ha scatenato un’ondata di proteste in tutto il Paese, diventando il simbolo di una rivolta contro le restrizioni e la repressione del regime. “Anche noi qui, a Firenze, non potevamo restare a guardare”, mi racconta Sanaz, attivista del movimento e tra le promotrici delle iniziative organizzate a Firenze. “Al presidio di sabato 14 Febbraio in piazza Santissima Annunziata (organizzata in concomitanza con la manifestazione internazionale che si svolgerà Monaco, nda) ci ritroveremo per dare voce a quello che le persone in Iran stanno chiedendo. Perché le notizie durano pochi giorni, poi spariscono”.
Negli ultimi mesi le proteste si sono infatti riaccese in modo massiccio. Ma “questa volta è stato diverso”, dice Sanaz. “Sono scese in piazza tutte le province, dai commercianti dei bazar, giovani, famiglie intere, fino alle persone anziane. C’era chi spingeva il marito in sedia a rotelle, bambini con i genitori. C’è stato un movimento diffuso, trasversale. Tutti convinti che fosse il momento di cambiare davvero”.
A quella mobilitazione, racconta, è seguita una repressione durissima. “Non ci si poteva aspettare livelli di violenza così alti. Le città sono sotto assedio. Arresti di massa. Ragazzi giovanissimi uccisi. Migliaia di persone fermate”.
Secondo quanto riportato dagli attivisti del movimento, nei giorni più critici si parla di un numero altissimo di vittime e di decine di migliaia di arresti. “Chi riesce a chiamarci dall’Iran”, continua Sanaz, “non riesce nemmeno a descrivere tutto quello che ha visto. Ci parlano di persone uccise senza processo, di ragazzi accecati dai proiettili di gomma, di scene che noi qui non possiamo neanche lontanamente immaginare”.
Il blackout di internet ha reso tutto ancora più difficile. Le comunicazioni sono state interrotte quasi completamente ormai da qualche settimana. “Siamo riusciti a ricevere solo qualche messaggio, in Iran adesso c’è una connessione debolissima. Ma senza immagini, senza video, senza testimonianze, è come se niente fosse successo. E invece è successo”.

Per comprendere cosa accade oggi bisogna ricordare che l’Iran, dopo la Rivoluzione islamica del 1979, è diventato una Repubblica Islamica con una struttura di potere complessa: esistono istituzioni elettive, ma sopra tutto c’è la Guida Suprema, figura a vita con l’ultima parola su esercito, politica estera e decisioni strategiche. Negli anni si sono consolidate restrizioni sociali, controlli rigidi sulla vita pubblica, censura e limitazioni delle libertà individuali. Negli ultimi mesi, inoltre, la crisi economica aggravata dalle sanzioni internazionali ha aumentato l’inflazione e la pressione sociale. Le proteste non nascono da un singolo episodio, ma da un accumulo di tensioni politiche, economiche e culturali.
In questo scenario si inserisce anche il tema dei possibili negoziati tra gli Stati Uniti e il governo iraniano. È un punto che per la diaspora non è neutro. “Negoziare con questo regime è vergognoso”, mi dice Sanaz. “Significa stringere la mano a chi sta reprimendo il popolo. Per noi la priorità è la vita delle persone”.
Per il movimento Donna Vita Libertà Firenze, scendere in piazza sabato è anche un modo per far sentire questa voce. “Se in Iran in questo momento è impossibile manifestare perché le città sono sotto assedio, allora dobbiamo farlo noi all’estero. Non stiamo parteggiando per una persona o per una forma di Stato. Stiamo dicendo cosa non vogliamo. Stiamo chiedendo libertà, dignità umana, il diritto di scegliere”.
Sabato 14 febbraio alle ore 15, in piazza Santissima Annunziata, si terrà un presidio in solidarietà con il popolo iraniano. Non sarà un corteo, ma un momento per raccontare, per ascoltare, per mantenere alta l’attenzione. In un tempo in cui le notizie scorrono veloci e il mondo sembra troppo complesso per essere compreso fino in fondo, scegliere di esserci è già un gesto. Non significa avere tutte le risposte, ma quanto meno non accettare il silenzio come normalità.
Ad accompagnare questo articolo l’illustrazione realizzata da Daria Derakhshan (DADA) che l’artista ci ha gentilmente concesso e che per questo ringraziamo. Un lavoro che nasce come riflessione umana e sociale sulla situazione attuale in Iran.