A Firenze trent’anni fa l’ultima Jugoslavia ai Mondiali

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A Italia ’90 la selezione balcanica rappresentava un paese che appena un anno dopo si sarebbe frantumato con una terribile guerra civile.

I Mondiali Italia ’90 furono la Coppa del Mondo delle “Notti Magiche”, un torneo che segnò l’alba del calcio moderno e il tramonto ideale degli Anni ’80. Un decennio bellissimo e contraddittorio, celebrato oggi come “indimenticabile”, fu tuttavia segnato da corruzione e sprechi che continuano a presentare conti da pagare per il nostro debito pubblico. Solo l’organizzazione dell’evento costò 7.230 miliardi di lire (3,7 miliardi di Euro), tanto da lasciare un’onda lunga di scandalo che ha bloccato l’Italia nell’organizzazione di altri grandi eventi, eccetto le Olimpiadi invernali del 2006.

"Ciao", la mascotte di Italia 90

Sul campo, mentre la nazionale di Azelio Vicini macinava un successo dopo l’altro, grazie alla stella di Roberto Baggio e ai gol di Totò Schillaci, il tabellone per la finale di Roma si andava completando. Oltre agli Azzurri padroni di casa, tra le altre otto squadre rimaste spiccavano la Germania Ovest (in via di riunificazione dopo la caduta del muro di Berlino), l’Inghilterra del folle Paul Gascoigne, i campioni in carica dell’Argentina e la più bella generazione balcanica di fudbal.

L’Artemio Franchi e l’annosa questione dello stadio della Fiorentina

Facendo un passo indietro, il teatro dell’incontro fu un protagonista a sé. Quando nel 1984 l’Italia si aggiudicò l’organizzazione della “FIFA World Cup 1990”, a Firenze, una delle città ospitanti, si pose la questione dello stadio. Il vecchio Comunale era inadeguato al livello del torneo. L’allora proprietario della Fiorentina, il Cav. Flavio Pontello, propose di costruirne uno nuovo fuori città a sue spese. Essendo un importante costruttore edile lo avrebbe realizzato in tempi brevi. In cambio, ne voleva la proprietà esclusiva. Tema dibattuto a tutt’oggi, figurarsi all’epoca! La giunta di allora, a guida socialista, si oppose fermamente. Si optò quindi per ristrutturare l’impianto di Campo di Marte: via la pista d’atletica, abbassamento del terreno di gioco e realizzazione dei parterre per un aumento di capienza agli attuali 43.000 spettatori. 

Stadio Comunale di Firenze nel 1987, prima dei lavori per Italia 90.
L’Artemio Franchi nel 1987 prima della ristrutturazione

L’intervento non mancò di polemiche. La prima per la Soprintendenza ai Beni culturali e Architettonici, rea di aver dato l’ok alla modifica di una struttura tutelata. Lo stadio, per chi non lo sapesse, fu progettato nel 1930 da Pierluigi Nervi ed è considerato un gioiello di architettura Razionalista. La seconda per il costo finale, lievitato a 76 miliardi di Lire, entrato a pieno merito nel conto degli sprechi di Italia ’90. 

Definiti i sorteggi, all’Artemio Franchi nell’estate 1990 sarebbero stati disputati quattro incontri: tre del Gruppo A (Cecoslovacchia – USA; Cecoslovacchia – Austria e Austria – USA) più una a eliminazione diretta. Un Quarto di Finale, precisamente, come ultima gara ospitata nella nostra città. Dopo la Cecoslovacchia, il destino ha voluto che a Firenze giocasse l’ultima partita a un Mondiale anche un’altra nazionale a breve orfana del Socialismo e in via di dissoluzione. La più bella di tutte per fantasia e geometrie: la Jugoslavia.

L’ultimo atto della Jugoslavia ai Mondiali: una storia di calcio e guerra. 

Se l’Argentina aveva sofferto in ogni partita, rimanendo aggrappata al torneo grazie a tanto mestiere e ad un gioco ai limiti della scorrettezza, la Jugoslavia era arrivata all’appuntamento in crescendo. Un gruppo così di talento ormai pronto ad affermarsi a grande livello. Al più forte giocatore del mondo, Diego Maradona, detto “El Pibe de Oro”,  fresco di Scudetto con il Napoli, contrapponevano il più forte giocatore d’Europa: Dragan Stojković, soprannominato “Piksi”, serbo di Niš e leader della Stella Rossa Belgrado ma corteggiato da Milan e Marsiglia disposte a fare follie per acquistarlo. Il tabellone le aveva accoppiate e la vincente avrebbe trovato in Semifinale proprio l’Italia, che all’Olimpico aveva eliminato la sorprendente Irlanda di Jackie Charlton.

Nel turno precedente degli Ottavi di Finale, a Torino, i detentori del titolo avevano superato 1-0 il Brasile, in una partita con mille polemiche come ogni derby sudamericano che si rispetti. I Verdeoro dominarono la gara ma, nel finale, Maradona rubò palla a centrocampo e s’inventò un assist per Claudio Caniggia. I rivali di sempre erano fregati con il più classico dei contropiedi. 

A Verona, la squadra capitanata dal carismatico difensore bosniaco Faruk Hadzibegićmatava 2-1 la Spagna. Doppietta di Stojković e Furie Rosse rispedite a casa. Una vittoria che aveva riacceso entusiasmo in patria, già scossa da rivendicazioni etniche e rigurgiti indipendentisti. 

Dragan Stojkovic in Spagna - Yugoslavia a Verona
Stojković batte il portiere spagnolo Zubizarreta e porta in vantaggio la Jugoslavia.

A Sarajevo in 40.000 si riversarono in strada a festeggiare il passaggio del turno. Appena due anni dopo questa città diventerà il simbolo della guerra, sottoposta all’assedio delle milizie serbe, con i suoi abitanti costretti a vivere nei rifugi. Quella sera si festeggiò per esorcizzare la paura di non poter più vivere insieme nella solita terra. Ma il punto di non ritorno nella disgregazione della Federazione era già stato oltrepassato. Per gli storici, fu il famoso comizio di Slobodan Milošević a Kosovo Polje sul destino guerriero della Serbia. Pronunciato il 30 giugno 1989 di fronte a 300.000 nazionalisti ortodossi, riuniti alla Piana dei Merli per commemorare la battaglia (persa) contro i turchi del 1389, mise in fibrillazione croati e sloveni. Una chiamata alle armi, presagio del conflitto che effettivamente esploderà a breve. 

La Jugoslavia era un ambizioso progetto politico figlio delle Grandi Guerre del Novecento. Veramente ambizioso perché pensava di poter tenere insieme etnie, religioni e storie completamente diverse in un’unica nazione slava. Prima nel 1918 con la monarchia del re Alessandro I e dopo, nel 1945, con l’utopico Socialismo dell’autogestione del Maresciallo Tito. Ambizioso, entusiasmante, sorprendente. Ma purtroppo ormai drammaticamente fallito. Da quel giorno, alla Jugoslavia, resteranno solo due anni di vita. 

Il clima di tensione interna si ripercuote anche nello spogliatoio ma l’allenatore, il bosniaco Ivica Osim, cercò di isolare i suoi ragazzi nel ritiro di Montecatini Terme. Sapendo di dover giocare contro la Storia, Stojković e compagni arrivarono al Quarto di Finale di Firenze nell’afoso pomeriggio di sabato 30 giugno 1990. Ancora quella data funesta. “A las cinco de la tarde”, come la corrida nelle poesie di Garcia Lorca, i Plavi affrontarono l’Albiceleste.

L’ultimo rigore di Faruk.

L’incontro fu probabilmente il più equilibrato del torneo. Meglio i giovani slavi, costretti tra l’altro a giocare in dieci dal 30’ per una frettolosa espulsione di Sabanadzović e con il centrocampista Srečko Katanec diplomaticamente in panchina dopo le minacce ricevute dai nazionalisti sloveni. Una gara tattica con le squadre che si annullarono a vicenda nei 90 minuti più i supplementari. Persistendo lo 0-0, il passaggio del turno si sarebbe deciso con la lotteria dei rigori. La sequenza si calciò nella porta sotto la Curva Fiesole.

Robert Prosinečki in contrasto su Diego Maradona

Iniziò la serie l’Argentina che segnò il primo tiro dagli undici metri con Serrizuela. La Jugoslavia mandò subito a tirare il migliore, Piksi appunto. Pallone a destra e il portiere Sergio Goycochea a sinistra. Ma la sfera di cuoio non scese abbastanza e incocciò l’incrocio dei pali! Stessa esecuzione per Burruchaga, più fortunato, e fu gol. Robert Prosinečki, altro calciatore sublime, accorciò le distanze. Punteggio di 2 a 1 per la squadra di Maradona quando fu il turno del Pibe de oro. Subissato di fischi dal pubblico fiorentino, fece una cilecca clamorosa: tiro debole e centrale, il portiere croato Ivković si trovò il pallone fra le mani. Dejan Savićević, il “genio” montenegrino, realizzò il pari. Poi sbagliò Pedro Troglio. 

A questo punto sembrava che la situazione pendesse per gli Azzurri di Belgrado, però il “dio del calcio” stava dall’altra parte. Brnović si fece parare l’esecuzione sprecando la chance di portare in vantaggio la sua nazionale. All’ultimo tiro della serie la parità fu spezzata da Dezotti, 3-2 per gli argentini. Faruk Hadzibegić doveva segnare assolutamente. Lui non voleva tirare, ma i compagni gli chiesero di prendersi questa responsabilità. Sì, perché Osim, subito dopo i supplementari, aveva augurato buona fortuna ai suoi ragazzi e se ne era andato negli spogliatoi. Senza voler vedere i rigori, tantomeno senza indicare i cinque tiratori! Faruk posizionò la palla sul dischetto. Goycochea gli fece una smorfia. Il rigore non fu calciato male ma neppure molto angolato, così il portiere a volo d’angelo riuscì a respingere la palla. L’Argentina andò a giocarsi l’ingresso alla Finale con l’Italia, la Jugoslavia eliminata dai Mondiali. Per l’ultima volta. 

Sergio Goycochea
Sergio Goycochea para il rigore decisivo

Appena un anno dopo scoppiò il conflitto etnico. Cominciato con le dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia nel 1991 – proseguito in Bosnia nel 1992 – in quattro anni ha fatto oltre 140.000 morti, 20.000 dispersi e 4 milioni di profughi. La comunità internazionale ha enormi responsabilità per non averlo evitato. Nel frattempo, conseguentemente all’embargo dell’ONU sul paese, i Plavi erano esclusi da tutte le manifestazioni sportive.

Oggi, a trent’anni di distanza da quella partita di Firenze, vive ancora nei Balcani una leggenda: se la “Jugo” avesse vinto i Mondiali di Italia ‘90, il rinato entusiasmo popolare avrebbe impedito la guerra civile. Ma la Storia non si fa con i “se”, e poi questa è una storia balcanica. Tutti gli appassionati di calcio però continuano ad amare quella squadra malinconica, tecnica, talentosa e purtroppo eterna incompiuta.

jugoslavia a Italia 90
La Jugoslavia al Franchi per Italia 90

Per chi volesse approfondire l’avventura dei Plavi a Italia ’90 consigliamo di recuperare il libro di Gigi Riva “L’ultimo rigore di Faruk”, edito da Sellerio (2016) e il documentario “Faruk last penalty kick” di Edin Isanović e Armin Čolaković, prodotto da Al Jazeera (2019).

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Francesco Sani

Classe 1979, è giornalista pubblicista. Sopravvissuto agli anni Novanta, a quel decennio resta culturalmente e irrimediabilmente legato. Sono note le sue passioni per la musica rock, il calcio e ha velleità da fotografo.

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