Aurelio Amendola, il fotografo di Michelangelo

0

Con le sue immagini dei capolavori mondiali, il maestro della fotografia di scultura ha permesso di ripensare alla storia dell’arte con occhi nuovi.

Grazie ad abili giochi di luci e a prospettive insolite, Aurelio Amendola (Pistoia, 1938), nel corso della sua carriera, ha fatto conoscere i maestri della scultura italiana in modo inedito, permettendo un contatto e una contemplazione con i capolavori come mai prima. Del 1994 è Un occhio su Michelangelo, volume dedicato alla Sagrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze, con il quale vinse il Premio Oscar Goldoni per il miglior libro fotografico italiano, mentre è di pochi giorni fa  la sua ultima pubblicazione per Treccani, un’edizione limitata di lusso sui capolavori di Bernini.
Con un’umanità e una genuinità ormai rare, l’autore ci ha accolto nello studio di Pistoia per parlare insieme della sua passione per la scultura.

Ha raccontato in varie interviste della sua formazione da autodidatta e dei suoi esordi come fotografo di cerimonie. Com’è avvenuto il passaggio alla fotografia artistica?

Nel 1964 conobbi, attraverso l’amico Marino Marini, lo storico dell’arte Gian Lorenzo Mellini che mi propose di fotografare il pulpito trecentesco di Giovanni Pisano nella chiesa pistoiese di Sant’Andrea. Fu una scoperta lavorare con la scultura e dovetti sperimentare molto. Negli anni Sessanta, infatti, nessuno fotografava questo tipo di soggetto e non avevo punti di riferimento validi. Immediatamente, però, mi resi conto che ero nato per fotografare la scultura. Dai primi anni Settanta iniziai ad alternare la fotografia d’arte a quella di cerimonie, fino a quasi la metà degli anni Ottanta, quando la prima mi permise di mantenermi autonomamente.

Lei è riconosciuto colloquialmente come ‘il fotografo di Michelangelo’. Come ha ‘conosciuto’ il genio cinquecentesco?

Fotografare le opere di Michelangelo era un mio grande desiderio. L’occasione venne agli inizi degli anni Novanta, quando il presidente della Cassa di Risparmio di San Miniato mi propose la pubblicazione di un libro con soggetto libero. Io non credetti alle mie orecchie e, senza pensarci due volte, proposi la Sagrestia Nuova di San Lorenzo, da cui venne fuori il volume del ’94. Negli anni mi misurai anche con le tre Pietà e il David e tornai a fotografarli più volte perché sentivo l’esigenza di trovare nuove soluzioni estetiche. Si nota bene, infatti, come nelle ultime fotografie la sensualità delle figure michelangiolesche viene esaltata come non mai, grazie soprattutto a un nuovo gioco di scorci e di luci.

Quindi, potremmo dire, che l’illuminazione, ancor prima della macchina fotografica, è il suo strumento principale…

Quando allestisco i faretti cambia tutto e solo così posso dar voce alle sculture. Durante la mia carriera ho sperimentato molto: nel passato includevo il contesto architettonico circostante, mentre oggi il soggetto scultoreo viene circondato dal buio totale e illuminato in modo tale da sembrare in carne e ossa. Proprio a causa della luce, impiegai un anno per fotografare gli interni della Basilica vaticana di San Pietro. Lì dovetti lavorare solamente con luce naturale e l’affluenza giornaliera di fedeli la sconvolgeva. Lavoravo dalle 7 alle 11 di mattina e prima del tramonto, quando la chiesa era meno affollata e la luce era ancora presente. Questo è stato il lavoro più difficile, ma alla fine sono riuscito a fotografare San Pietro vuota.

Qual è il suo rapporto con il digitale e la tecnologia in generale?

Le fotocamere digitali non mi piacciono e quelle dei cellulari le lascio utilizzare ai giovani. Ho notato, però, che le fotografie di scultura su Instagram ottengono molte visualizzazioni: vuol dire che c’è un interesse per questo tipo di lavoro.
Io ancora oggi fotografo solo in analogico e ogni mattina alle 7 stampo nella camera oscura che ho in casa. Capisco che il digitale ha migliorato le dinamiche, soprattutto per il reportage, ma la mia arte non ne ha bisogno. Le sculture necessitano di silenzio, tempi lunghi e contemplazione: ogni mia fotografia ha una lunga gestazione, quello che scatto è quello che pubblicherò, senza l’esigenza della post-produzione.

aurelio amendola

Senza dubbio, il ritratto di Giuliano de’ Medici della Sagrestia Nuova è la sua fotografia più conosciuta. Ci racconti come l’ha realizzata.

Volevo fotografare il volto della scultura in modo perfettamente frontale e provai a sporgermi dal ponteggio con il mio banco ottico per avvicinarmi il più possibile. Tutt’ora non riesco a capire le vere dinamiche e a replicarle.

Ha anche lei qualche ‘non finito’ come Michelangelo?

Be’ come ogni fotografo ho dei progetti ancora in itinere. Per esempio, devo completare quello sul Duomo di Milano e quello su Canova, così da avere nel mio repertorio la triade dei più importanti scultori italiani: ho fotografato Michelangelo e Bernini e mi manca solo lui di cui ho del materiale, ma non ancora sufficiente. Poi, è da trent’anni che fotografo scorci insoliti di Firenze. Io sono dell’idea che bisogna fare le cose per bene, metterle da parte e aspettare il momento giusto per tirarle fuori.

Articolo a cura di Fabrizio Gitto
Le fotografie sono di gentile concessione del maestro Aurelio Amendola

Share.