Aurelio Amendola, il fotografo di Michelangelo

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Con le sue immagini dei capolavori mondiali, il maestro della fotografia di scultura ha permesso di ripensare alla storia dell’arte con occhi nuovi.

Quindi, potremmo dire, che l’illuminazione, ancor prima della macchina fotografica, è il suo strumento principale…

Quando allestisco i faretti cambia tutto e solo così posso dar voce alle sculture. Durante la mia carriera ho sperimentato molto: nel passato includevo il contesto architettonico circostante, mentre oggi il soggetto scultoreo viene circondato dal buio totale e illuminato in modo tale da sembrare in carne e ossa. Proprio a causa della luce, impiegai un anno per fotografare gli interni della Basilica vaticana di San Pietro. Lì dovetti lavorare solamente con luce naturale e l’affluenza giornaliera di fedeli la sconvolgeva. Lavoravo dalle 7 alle 11 di mattina e prima del tramonto, quando la chiesa era meno affollata e la luce era ancora presente. Questo è stato il lavoro più difficile, ma alla fine sono riuscito a fotografare San Pietro vuota.

Qual è il suo rapporto con il digitale e la tecnologia in generale?

Le fotocamere digitali non mi piacciono e quelle dei cellulari le lascio utilizzare ai giovani. Ho notato, però, che le fotografie di scultura su Instagram ottengono molte visualizzazioni: vuol dire che c’è un interesse per questo tipo di lavoro.
Io ancora oggi fotografo solo in analogico e ogni mattina alle 7 stampo nella camera oscura che ho in casa. Capisco che il digitale ha migliorato le dinamiche, soprattutto per il reportage, ma la mia arte non ne ha bisogno. Le sculture necessitano di silenzio, tempi lunghi e contemplazione: ogni mia fotografia ha una lunga gestazione, quello che scatto è quello che pubblicherò, senza l’esigenza della post-produzione.

aurelio amendola

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