Buio in sala: Diego Marcon

30-9-23 / 4-2-24 – Glassa è il più ampio progetto espositivo realizzato ad oggi dall’artista in un’istituzione italiana.

Diego Marcon è un artista che lavora con le immagini in movimento: cinema e video. E’ del 1985, ha origini Italiane (Busto Arsizio). Il suo lavoro è un punto di contatto: da una parte con gli aspetti analitici del cinema, propri del cinema sperimentale come il film strutturale, dall’altra con una attitudine più sentimentale, propria dei generi cinematografici di intrattenimento, come l’horror, la slapstick comedy, il musical. E’ considerato fra i più interessanti tra gli artisti del panorama contemporaneo internazionale.

Marcon è stato acclamato come una delle più rilevanti presenze alla 59ma Biennale di Venezia nel 2022 conThe Parent’s Room, storia di una furia omicida e suicida, che ricorda l’animazione stop-motion ma è realizzata con attori reali, che indossano protesi sintetiche dei loro stessi volti. Il Centro Pecci di Prato ha presentato oggi Diego Marcon. Glassa: si tratta del più ampio progetto espositivo realizzato ad oggi dall’artista in un’istituzione italiana.

Per volontà dell’artista, la stampa è stata invitata, per prima cosa, a visitare la mostra in autonomia. Sin da subito, tre cose occorre sapere: la mostra è stata realizzata insieme all’architetto Andrea Faraguna, con una riflessione sull’architettura come dispositivo in relazione con il tempo, gli spazi e le luci. A proposito delle luci: sono solo quelle naturali – più tardi si visita la mostra, più penombra ci sarà nelle sale, le luci artificiali si accenderanno solo quando l’illuminazione scenderà sotto il livello-soglia di legge e saranno quelle di emergenza. Le temperature delle sale sono basse, ricordano quelle di una dimensione mortifera.


Diego Marcon. Glassa, Installation View, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, immagini di Andrea Rossetti / images by Andrea Rossetti

All’ingresso attende, ad accogliere il visitatore, un piccolo cane morto, raggomitolato su se stesso. Due serie di cani morti in ceramica punteggiano il percorso della mostra, affissi contro le pareti. Intorno è il vuoto, un vuoto pieno, riempito dalla sensazione di spaesamento che questi piccoli cadaverini trasmettono. Il direttore ricorda in conferenza la pubblicazione del 2020, quando Marcon ha edito: Oh mio cagnetto, 81 piccole poesie filastrocche, 81 modi diversi per cantare la morte di un cane e il sentimento di vuoto della perdita di un amore.

Nella seconda sala un muro di video, volume “sparato”: sono immagini di un adolescente inquieto, in lotta con sé stesso e con i partecipanti di un desco familiare, gioca a fare la guerra, agitando in mano una pistola giocattolo che preme verso tutti e poi contro sé stesso. E’ TINPO, un video del 2006, il primo film realizzato da Marcon. Le immagini scattano, saltano, il sonoro gracchia, si crea una dimensione di conflitto e tensione, con sparo amplificato.


Diego Marcon. Glassa, Installation View, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, immagini di Andrea Rossetti / images by Andrea Rossetti.

Il percorso prosegue nel vuoto-pieno delle sale, cani morti in ceramica appesi alle pareti, poi un secondo video: Untitled, 2017, è un brevissimo corto animato in cui una ragazza, senza volto, saltella, gira su se stessa, saltella, gira su se stessa, saltella… in loop… mentre il rumore del proiettore 16mm scandisce il tempo che passa “...quel ticchettio mi ricorda che il tempo passa, e forse più che vivere, si muore...”… aggiunge l’artista in conferenza stampa.

Infine, come in una tana, si entra nel buio della sala dove viene proiettato Dolle. Parola che non significa niente, Marcon da sempre dichiara di non essere interessato a narrative o trame cinematografiche, non è interessato al confronto con attori… niente infatti qui è umano, niente viene detto nel filmato, vengono però elencati numeri: due talpe cieche conteggiano numeri, sbagliando le somme. Ogni tanto un gatto miagola, la talpa-baby respira affannosamente nel suo lettino, ma le talpe adulte mai si fermano e, in loop, proseguono a contare, inesorabili, come tutto lo è. Le talpe sono animatroni, pupazzi meccanici, per la sua realizzazione l’opera ha chiesto una meticolosità tale da essere pari forse solo all’assurdità della vita. Dolle (2023) è, inoltre, il progetto vincitore del “PAC2021 – Piano per l’Arte Contemporanea” promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura e destinato alle collezioni del Centro Pecci.


Diego Marcon. Glassa, Installation View, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, immagini di Andrea Rossetti / images by Andrea Rossetti

Diego Marcon si presenta alla stampa in sneakers, calzino bianco, panta corto, giacca oversize Adidas, cappellino con visiera e scritta floreale “Austria”. E’ un superfluo lo stile? Più no che si. Personalmente, quello di Marcon mi conquista. Il lavoro di Marcon, anche la sua immagine, le fossette sulle guance che emergono ad ogni sorriso… ricordano l’ironia della vita, necessaria, perché è dura da buttare giù liscia: “l’ironia è fondamentale per evitare di scivolare in un lamento sbracato, funziona anche da contrappunto, per rendere ancora più forte l’aspetto cupo e problematico della vita”, aveva dichiarato Marcon in una precedente intervista. I suoi film abitano il buio della sala come fosse un buio ontologico. L’artista lavora sulla fantasmagoria del cinema. La dimensione è sentimentale e cupa, malinconica, nichilista.

Il titolo dell’esposizione ha un doppio senso: la glassa (derivante dal francese «glace») è ciò che si usa in pasticceria per ricoprire e decorare le torte, qualcosa di dolce ma anche di stucchevole fino alla nausea, la cui superficie liscia e spessa nasconde le asperità. Ma, sempre riferendoci al francese, la pronuncia rimanda anche a ciò che è gelato, ghiacciato e che può preservare le salme. Il tema del rapporto tra vita, morte e arte è ricorrente nel lavoro di Marcon, del quale si tiene quasi in contemporaneo anche una mostra alla Kunsthalle Basel di Basilea, intitolata «Have You Checked The Children» (27 ottobre-21 gennaio 2024, a cura di Elena Filipovic). La mostra pratese è accompagnata dalla pubblicazione di un volume e di un vinile (con le musiche del compositore Federico Chiari, scritte per i film dell’artista), editi da Lenz di Milano.

E’ questo un lavoro con cui il Centro Pecci riparte, con l’intenzione di dimenticare qualunque crisi, con la volontà di riemergere come importante centro culturale, quale è, puntando sulla qualità degli artisti e le opere esposte, con fiducia e passione.

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