Buscando à Bolívar. Fotografie dai paesi del nuovo socialismo sudamericano

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Il 1° gennaio 1994, nel continente depredato dal colonialismo spagnolo prima e dall’imperialismo degli USA poi, accadde un fatto di eco internazionale. In Chiapas, lo Stato più povero del Messico, gli indios si ribellarono al governo centrale e occuparono la capitale San Cristobal de Las Casas e altre municipalità al grido Democracia, justicia y libertad! A guidarli un uomo con il passamontagna, il “subcomandante” Marcos. 

Ex docente universitario assunto a moderno “Che” Guevara, se avesse combattuto a volto scoperto, non sarebbe diventato un personaggio mediatico. In Europa, la rivolta dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale – basata sui principi dell’autogestione e del socialismo anarchico – divenne subito mitica per noi giovani di sinistra, come la Rivoluzione Cubana fu per i nostri padri. 

Dopo 12 giorni di combattimenti il governo riprese il controllo del territorio, concedendo agli zapatisti una modifica della Costituzione che riconoscesse le culture indigene. Tuttavia, il seme del cambiamento radicale sbocciò più a Sud qualche anno dopo. Nel corso di un decennio, i paesi sudamericani abbracciarono uno dopo l’altro una nuova forma di Socialismo

Il fotografo Pietro Paolini del collettivo TerraProject, dal 2004 al 2014 ha viaggiato attraverso il Sud America per immortalare il cambiamento sociale e politico in atto. In particolare il suo reportage si è concentrato su Bolivia, Ecuador e Venezuela durante le presidenze di Evo Morales (2006 – 2019), Rafael Correa (2007 – 2017) e Hugo Chávez (1999 – 2013). 

L’onda del Socialismo travolgeva democraticamente tutti i logori governi del Sur, con le masse mobilitate da leader ispirati a Simón Bolívar. Il Libertador appunto, l’eroe della lotta d’indipendenza dalla Spagna come simbolo di liberazione dal neoliberismo economico. Ricco di risorse ma svenduto alle multinazionali, segnato da vergognosa povertà e disuguaglianza, il “continente desaparecido” – come lo definì il giornalista Gianni Minà – era ricomparso all’alba del nuovo secolo. 

Con questa premessa si sfoglia adesso il libro fotografico di Paolini Buscando à Bolívar – che vanta già riconoscimenti a livello internazionale – documento per immagini della complessità fervente e rivoluzionaria di quei territori. L’obiettivo mette a fuoco le contraddizioni di realtà sociali in evoluzione e popoli pronti ad avviare cambiamenti radicali per il progresso e la ricostruzione dell’identità nazionale. Le foto sono testimonianza di momenti di vita quotidiana in tre paesi così diversi dagli stereotipi occidentali, catturando un’istantanea del processo culturale, economico e politico in atto.

Pietro, perché hai sentito il bisogno di attraversare così a lungo Bolivia, Ecuador e Venezuela e quali cambiamenti hai notato tra il primo e l’ultimo viaggio?

Il mio interesse è nato da una doppia spinta: la curiosità di conoscere processi politici difficili da comprendere in occidente e documentare per immagini queste realtà poco raccontate. Il lato personale e quello professionale si sono intrecciati nella scoperta di movimenti carichi di speranza e ambizioni per il futuro. Nel momento in cui in Europa i movimenti politici degli anni ’90 subivano una forte repressione dopo il G8 di Genova del 2001, mi attraeva il cambiamento radicale che invece vibrava nell’aria nei primi anni di queste presidenze latinoamericane, quando nuove Costituzioni furono scritte con ampio appoggio della popolazione. Alcuni estratti di questi bellissimi testi li ho inseriti nel libro, a ricordare il sogno di società che questi popoli avevano in mente nel seguire i loro ingombranti presidenti. Ad oggi direi che queste Costituzioni rimangono i semi più importanti delle pacifiche rivoluzioni. Poi la storia nei tre paesi è andata in modo diverso, anche per loro peculiarità socio-politiche. Negli anni le contraddizioni si sono rese sempre più palpabili e la distanza tra i movimenti di base e i governi ampliata. L’accentramento del potere di questi presidenti, il perseverare di corruzione e politiche economiche estrattive, hanno fatto da contraltare alla forza dell’organizzazione popolare, della sperimentazione sociale e della visione di uno sviluppo non basato solo sulla vendita delle proprie risorse naturali. 

I grandi della letteratura latinoamericana, Eduardo Galeano, Gabriel García Márquez o Luis Sepúlveda, hanno narrato miserie e speranze del continente. Ma il tuo libro fotografico mostra senza stereotipi la dimensione reale di tre di quelle nazioni. Era il tuo intento fin dall’inizio?

La ricerca fotografica portata avanti in questo lavoro esce proprio dagli stereotipi occidentali sull’America Latina, soprattutto per questi paesi. Lentamente mi sono allontanato dalla descrizione giornalistica dei movimenti politici e concentrato sulla vita quotidiana, sul paesaggio e sulla complessità degli eventi storici. Mi interessava far riflettere chi guarda le mie immagini sul fatto che la realtà non è mai netta, ma costituita da infinite sfumature culturali, sociali ed economiche. È sempre questione di punto di vista, come insegna bene la fotografia. Volevo creare un immaginario visivo che raccontasse questi luoghi, ricchi di contrasti e di idiosincrasia, di culture contemporanee e tradizioni ancestrali, pieni di vita e di magia.

A giudicare dalla crisi del Venezuela o dal golpe istituzionale in Bolivia nel 2019 – passando per l’inchiesta giudiziaria su Lula in Brasile che ha portato alla presidenza il militare Bolsonaro – sembra che le forze reazionarie frenino il processo progressista. Credi che l’America Latina riesca a produrre ottimi rivoluzionari ma una pessima classe politica?

Purtroppo è così, sembra che quella classe politica non sia all’altezza della coscienza dei popoli. Forse è normale in democrazie giovani, uscite da dittature militari da pochi decenni. Inoltre, le grandi risorse naturali di questi paesi li mettono al centro di costanti e forti interessi esterni che alimentano lo scontro tra parti politiche. Durante l’amministrazione Trump l’appoggio alle forze reazionarie è stato determinante. Questa la strategia usata in Bolivia e tentata in Venezuela, aumentare il conflitto interno per rendere il paese ingestibile. Pure lo strumento giudiziario è stato terreno di lotta politica, con Lula, ma anche con Evo Morales e Rafael Correa finiti esiliati con accuse giudiziarie completamente sproporzionate. La recente schiacciante vittoria di Luis Arce in Bolivia è la conferma che la maggior parte della nazione vuole portare avanti il vecchio progetto politico e le proteste che hanno costretto Morales alle dimissioni – descritte in Occidente come lotte per la democrazia – erano montature. L’America Latina continuerà a produrre rivoluzioni finché persistono forti diseguaglianze sociali e le risorse sfruttate solo per il benessere dei paesi sviluppati. 

Nel 2014, dopo che per anni non si sapeva più nulla di Marcos, il subcomandante riapparve in pubblico e annunciò che non era più il portavoce degli zapatisti. Anche per il governo del Messico i suoi reati sono ormai prescritti, segno che la “restaurazione” ritiene chiusa la stagione radicale. Ma se il Socialismo tornerà a smuovere le coscienze, lo farà di nuovo dal Sud America perché – parafrasando Galeano – questo continente ha le vene aperte. E con la vittoria di Luis Arce in Bolivia, nelle elezioni presidenziali suppletive di ottobre, il giro a izquierda non è ancora finito.

www.terraproject.net

Ph Pietro Paolini – IG: @pietropaolini

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About Author

Classe 1979, è giornalista pubblicista. Sopravvissuto agli anni Novanta, a quel decennio resta culturalmente legato. Sono note le sue passioni per la musica rock, l'Empoli Football Club e la fotografia. A 11 anni tentò di rubare una bandiera del Partito Comunista Italiano alla Festa dell'Unità.