Con l’Arte NON si Mangia
Messa al bando sia la pasta! Balla e il dinamismo del mare e degli spaghetti alle vongole
Sono Ilaria, un’isterica dell’arte sempre affamata. Nella vita ho capito che l’arte non riempie lo stomaco, ma anche che non si può vivere di solo pane e quindi ho fatto l’unica scelta possibile: non scegliere e abbinare entrambe le cose. di Ilaria Nerli (@ilastardust)
Ci sono poche cose al mondo che mi riportano al mare quanto un bel piatto di spaghetti alle vongole, o, meglio ancora alle arselle. Mi affascina il gesto ancestrale di portarsi la punta dell’indice e del pollice alle labbra e staccare il mollusco dalla conchiglia ed essere immediatamente catapultata al mare, non quello estivo, condito di creme profumate al cocco e bambini urlanti, ma al concetto di mare, di sollievo, tranquillità, sospensione. Quando fuori stagione il freddo brucia le guance, in primavera viene già fame di bagni o quando la sera una doccia sazia già e ripara alla stanchezza del sole. E spesso mi viene da pensare alla follia dei futuristi e alla mia giustificata idiosincrasia nei loro confronti e alla loro lotta per “il rinnovamento totale del sistema alimentare italiano” che sarebbe dovuto passare anche per l’abolizione della pastasciutta.
Scrive Marinetti: “La pastasciutta, per quanto gradita al palato, è una vivanda passatista perché appesantisce, abbruttisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti, pessimisti. È d’altra parte patriottico favorire in sostituzione il riso”.
Io rabbrividisco, ma poi sorrido, quando vagando per una sala museale mi trovo davanti ad un’opera di Giacomo Balla, Velmare, dove tutto richiama i miei amati spaghetti alle vongole. Dai colori delle vele che sono della solita tonalità di rosa delle striature interne ai gusci delle conchiglie, al verde delle onde, in un intrecciarsi dinamico – come dinamico è il movimento che permette di arrotolare la pasta alla forchetta.
Si sente il mare nell’opera di Balla, quello stesso mare che rende salati i pantaloni arrotolati fino al polpaccio nelle domeniche soleggiate di marzo, quando spinti dalla voglia che finisca l’inverno ci spingiamo a riva. Percepiamo il vento che muove quelle vele rosa, così come annoda i nostri capelli, che ci finiscono in faccia e che spostiamo con le mani sporche di sabbia o di olio e prezzemolo.
Balla trasforma le vele in raggi che fuoriescono dal perimetro della tela, che ora si alzano, ora si piegano alla volubilità del vento, sostenute e avvolte nel nido delle onde; scompone il moto marino, lo spoglia, scarnificandolo fino all’essenza: le linee dinamiche delle onde. Si nota la semplicità che vibra attraverso i colori e rende percepibile il sole che si riflette sulla superficie increspata dell’acqua. Non abbrutisce il mare, così come non abbrutiscono gli spaghetti alle vongole, che mi riportano a numerose sere d’estate – non da ultima quella di quando, a forse sei anni, andai con mio padre a fare il giro dei supermercati e delle pescherie della mia città per trovare le vongole fresche e li cucinai con lui. Mi sembrava di aver fatto il giro del mondo a piedi per una delle cause più giuste che potessi immaginare: cucinare il mio piatto preferito.
Allargano il cuore, quando non sono in carta ma il proprietario del locale te li porta ugualmente, ogni anno, allo stesso tavolo sulla spiaggia. Non appesantiscono, ma alleggeriscono, con la stessa semplicità del mare, che fluidamente scivola via.
Dopotutto, anche Marinetti ne era cosciente, dato che lo trovarono fuori dal ristorante Biffi di Milano a mangiare spaghetti, diventando poi soggetto di alcuni versi che, da
amante del genere, trovo memorabili:
Marinetti dice Basta! / Messa al bando sia la pasta / poi si scopre Marinetti / che divora gli spaghetti! Anche Marinetti, quindi, mangiando gli spaghetti diventa soggetto di ossimoro. Come la bellezza del mare in inverno, gli spaghetti alle vongole mangiati con il sole in faccia e il maglione di lana addosso, quando il freddo arrossa le guance, e il vento porta il salato appiccicoso della salsedine, quando le barche a vela sono le uniche a muoversi tra lo scintillio delle onde e la spiaggia è silenziosa.
Articolo proveniente dal numero invernale del magazine F.U.C.K. (Florence Urban Cocktail Kitchen)