Benvenuta, Debi!

debi mazar firenze

Debi Mazar, l’attrice e icona americana ci parla del suo trasferimento a Firenze con la famiglia, del suo amore per New York e di come è cambiata, del cinema di ieri e del cinema di oggi. 

È una mattina luminosa, e Debi Mazar mi cammina accanto mentre cerchiamo un bar in cui sederci. Viene fermata da alcune fan, incontra inaspettatamente dei conoscenti di New York («Diamine come si chiamava lui?» mi sussurra, facendomi ridere), entra in un negozio dopo aver visto qualcosa in vetrina, e tutto questo nel giro di cinque minuti. Io che ancora non ho preso il caffè mi lascio trascinare, ammirata dalla sua energia: «Pensa che sono sveglia dalle sette» mi dice mentre ci sediamo.

È assurdo vederla qui, con il suo stesso sguardo penetrante e lo stesso stile anni ’50 che la contraddistingue, quando la si è vista in film del calibro di Quei bravi ragazzi di Scorsese, Malcom X di Spike Lee, Batman Forever di Schumacher, Pallottole su Broadway di Woody Allen, e serie come Law and Order e Younger, solo per citarne alcuni. Lo stesso eclettismo delle sue scelte cinematografiche, lo si ritrova nella storia della sua vita: negli anni ’80 mentre lavora alla Danceteria, un locale frequentato dalla scena artistica della DownTown, incontra Madonna di cui diventerà truccatrice e migliore amica (le due sono tutt’oggi inseparabili). In quell’epoca inizia a recitare e diventa presto un’icona di stile, al cinema come sulle riviste di moda.

All’inizio del nuovo millennio Debi incontra il toscano Gabriele Corcos a una festa in casa in piazza Santo Spirito. Di lì a poco diventerà il marito e padre delle sue figlie, nonché suo partner nel fortunato show di cucina Extra Virgin dedicato alla cucina toscana, nato quasi per caso su youtube e passato poi su Cooking Channel. Da pochi mesi la famiglia si è trasferita a Firenze, Fiesole nella fattispecie: «Avevo promesso alla madre di Gabriele che glielo avrei riportato, ed eccoci qui!» esordisce lei sorridendo. Benvenuta Debi!

Ho visto una tua recente intervista, sul canale youtube Really Famous, nella quasi dicevi di aver lasciato New York perché non volevi impigrirti. L’ho trovato divertente perché generalmente New York viene associata all’azione e l’Italia alla pigrizia. Perché questa scelta?

Non sono una persona pigra per definizione ma sono entrata nei 50 adesso, e ho preso da New York tutto quello che poteva offrirmi: ho vissuto lì tutta la mia vita, tranne per qualche pausa in California, ci ho cresciuto le mie figlie, ho vissuto la scena artistica, la scena musicale, sono stata un’attrice… vengo in Italia ogni anno da vent’anni perché sono sposata con un italiano, e ci venivo anche prima, quindi avevo questa straordinaria opportunità di cambiare paese e di creare un’esistenza completamente nuova. Con “non voler impigrirmi” intendevo non aver paura di trasferirmi in un paese di cui non parlo ancora la lingua e in campagna per lo più. È la prima volta per me, sono una ragazza di città.

Penso che la tua scelta di muoverti dalla grande città alla campagna sia molto stimolante e soprattutto contemporanea, dopo la pandemia in molti l’hanno fatto…

Lo è! Inoltre New York non è più la stessa: nella New York che amavo la gente non aveva soldi ma la vita artistica era vivace, frenetica, c’era un’energia che si è persa. Forse tornerà, confido nei giovani, ma la pandemia e soprattutto il cattivo governo hanno rovinato la città rendendola difficile da vivere. New York è diventata un posto per ricchi, che hanno rubato sapore alla città. C’è così tanta cupidigia da parte delle aziende, hanno costruito nuovi edifici e sfrattato la gente dai loro appartamenti allo stesso tempo. Più generalmente, Trump ha fatto dei danni incommensurabili in America, il paese adesso è diviso su tante questioni. È come se fossimo tornati indietro di cinquant’anni, sull’aborto, il razzismo. Non volevo più stare in un paese in cui viene promosso quel tipo di pensiero. Sono appena arrivata e non conosco ancora bene la politica italiana, quindi devo ammettere che è molto rinfrescante essere qui e godere di questi luoghi pieni di storia e meraviglia.

Qual è la principale differenza culturale tra i newyorkesi e i fiorentini?

I newyorkesi sono veloci e non si rilassano quasi mai. Viviamo a stretto contatto gli uni con gli altri e questo ci ha permesso di creare una cultura mista che conferisce alla città quell’energia incredibile di cui vi parlavo. È tipicamente newyorkese vedere una signora vestita Chanel seduta accanto a un homeless, seduto a fianco di una ragazza portoricana in canotta e shorts… c’è una tale diversità concentrata in un metro quadro! Quando sono arrivata a Firenze mi sono sentita frustrata, perché le cose non vengono fatte con la stessa rapidità, ma la qualità della vita è troppo maggiore. Il cibo, il lavoro, l’educazione, il mondo in cui le persone vengono trattate… tutto è più lento e migliore, si consuma e si spreca meno. La gente non lo realizza fino a quando non va in America a vivere l’altra vita, che è super divertente ma che può davvero mandarti in burnout. Sono sicura che portare qui le mie figlie sia stata un’ottima scelta.

Cosa ti piace fare a Firenze? Ti senti coinvolta nella vita culturale italiana?

Amo la mia routine qui: inizio la giornata con il caffè a letto, me lo porta Gabriele, ogni giorno da vent’anni. Poi di solito mando e-mail negli Stati Uniti per cercare lavori, il che significa aspettare tutto il giorno che da quella parte si sveglino per ricevere una risposta, e porto mia figlia a scuola con la Cinquecento elettrica, parcheggio in centro e mi perdo nelle stradine e nei negozi, esploro. Le prime volte che venivo a Firenze mi piaceva andare da Gilli a prendere il caffè, c’era quella foto famosa degli uomini che fischiano alla ragazza americana appesa al muro, mi piaceva guardarla. Adesso non ho un posto preferito. La verità è che non vado molto a cena fuori se non per vedere gli amici, perché io so cucinare la pasta come più mi piace, mio marito fa la bistecca alla fiorentina nel caminetto… però quando esco prediligo i posti a gestione familiare, come Tullio a Fiesole o Dino all’Olmo, anche prendere un panino in zona Santo Spirito è una certezza. Mi sento assolutamente coinvolta nella cultura italiana! In America abbiamo avuto per anni un TV Show chiamato Extra Virgin in cui spiegavamo agli americani la cucina italiana e toscana, la sua storia, gli ingredienti, i suoi utensili… sapevi ad esempio che Fiesole era conosciuta per lo zafferano? I ricchi andavano a comprarlo lì. Sono un’appassionata di arte e storia rinascimentale, leggo molto sui Medici al momento. Con quali elementi naturali si curavano? Cosa hanno apportato i Romani alla medicina, cosa gli Etruschi? Sono molto curiosa e ora ho modo di approfondire tutto questo.

So che stai attualmente girando la seconda stagione di Arde Madrid una serie in cui interpreti Ava Gardner, nel periodo in cui la star lasciò Hollywood per trasferirsi nella capitale spagnola. Sembrano esserci delle similitudini con il periodo che stai passando. La realtà sta influenzando il ruolo e viceversa?

Accettare l’offerta di questo ruolo incredibile è stato un gesto di grande fiducia in me stessa, era la prima volta che passavo così tanto tempo lontana dalla mia famiglia, in più ho dovuto recitare in castigliano, un accento molto diverso dallo spagnolo portoricano o cubano che ho imparato a New York. Dopo la prima stagione mi sono trovata un agente e ho capito di voler lavorare in Europa. La serie mostra un periodo della vita di Ava poco conosciuto ma è anche un pretesto per parlare dell’indipendenza e della libertà delle donne nella Spagna fascista. Mi è sempre piaciuta Ava Gardner. Una cosa che abbiamo in comune è che né a me né a lei è mai piaciuta Hollywood, con le sue dinamiche di controllo malate. Lei amava la vita quanto la amo io, le piacevano il vino, le risate, il ballo, gli uomini, i toreri… siamo entrambe scappate dall’America per poterci reinventare in un modo che non ci facesse sentire giudicate, ho la sensazione che in Europa le donne adulte siano più apprezzate e libere in confronto all’America! Lei ha vissuto in Spagna per dodici anni, io solo per tre mesi ma è stata un’esperienza molto intensa.

Hai preso parte a un momento di grande fermento creativo del cinema americano, negli anni ’80 e ’90. Vedi qualcosa di simile adesso nel panorama cinematografico?

Penso che in questo momento stia avvenendo qualcosa di fantastico, i giovani hanno molti più mezzi per far sentire la loro voce. Nei miei primi anni di lavoro, Hollywood era dura perché gli “studios” erano gestiti da vecchi uomini bianchi e ricchi. Di conseguenza i film erano pieni di clichés, tipo la ragazza con le tette grosse che ha il fidanzato più grande di lei. Il controllo sulla voce delle attrici e degli attori sotto contratto era massimo. La produzione era soprattutto organizzata in generi, che esistono ancora ovviamente, ma che adesso sono passati in secondo piano rispetto alle tematiche. Ora l’industria si è aperta a tutti, c’è più spazio per nuove narrazioni, storie scomode e vere, riflessioni politiche, personaggi LGBTQ, disabili, protagonisti di colore, è così eccitante! Soprattutto dopo la pandemia, ho avuto la sensazione che la gente, e dunque il pubblico, si sia stancata di un sacco di cose, del sessismo e anche del sesso a tutti i costi nei film.

Qual è stata l’esperienza più stravolgente sul set per te? Quella che ti ha maggiormente cambiato la vita?

Molti lavori sono stati importanti e hanno rappresentato un punto di svolta nel mio processo creativo, ne elenco alcuni: recitare in Goodfellas di Martin Scorsese è stata un’esperienza sconvolgente, prima di tutto perché si trattava di Scorsese (!) ma anche perché era il mio primo vero ruolo in una grande produzione e lui voleva integrare esperienze personali che aveva vissuto negli anni ’70 nel mio personaggio, quindi dovevo essere all’altezza. Lavorare con Michael Mann mi ha insegnato tantissimo, è un regista molto hardcore da un punto di vista intellettuale. Un altro regista con il quale sono cresciuta è stato Spike Lee, che mi ha lasciata improvvisare sin dall’inizio. Ho avuto la libertà di creare i miei personaggi, farmi i capelli e il make-up, scegliere i costumi, prendendo ispirazione dalla strada. È stata una collaborazione creativa molto prolifica, abbiamo fatto quattro o cinque film insieme.

Un’altra esperienza che mi ha cambiata è stato Entourage, prodotto da HBO. Potremmo definirlo uno show “me too movement”, perché era il prototipo di tutto quello che un’attrice non vuole fare. Fu una sfida interessante quella di cercare di restare forte in quanto donna in un ambiente così misogino, devi vedere la serie per capire. Di recente ho girato un progetto a Londra con Mike Myers, The Pentaverate: sono uscita dalla mia comfort zone: ho cambiato colore di capelli e indossato delle lenti scure, ho dovuto cambiare accento, sempre newyorkese ma Mike lo voleva più ebreo, e più lagnoso. In questa occasione ho lavorato con tanti attori comici e stand-up comedian, la loro recitazione è molto teatrale ed esagerata rispetto alla mia, mi hanno ispirata tantissimo. Non avevo mai recitato in questo genere di film, però dopo le riprese Mike mi ha mandato un messaggio con scritto: «Great work!». Infine il ruolo di Ava Gardner, che mi ha cambiato la vita. Ho girato una scena nella serie con mia figlia Evelina, è stato così emozionante essere presente al suo primo ciak. Era in ansia, io le ho consigliato di divertirsi. Lei non vuole fare l’attrice ma non si sa mai, io ho scoperto a ventidue anni di volerlo fare. È un buon lavoro.

C’è qualcuno con cui ti piacerebbe lavorare in Italia?

Mi piacerebbe molto lavorare con Paolo Sorrentino, sto aspettando con ansia il suo prossimo film. Mi piacciono anche le sorelle Rohrwacher e sicuramente Claudia Gerini, una mia vecchia amica, estremamente talentuosa e divertente. Poi adoro Salvatore Esposito e il suo lavoro in Gomorra. Sono una grande fan di Saviano e penso che sia un incredibile narratore. Sono stata persino a un casting per Gomorra ma non mi hanno presa perché non ero del sud Italia e il mio italiano non è abbastanza fluente, gli ho detto: «Mi va bene tutto, fatemi fare qualsiasi cosa, che so, una signora americana che viene in Italia!», niente.

Hai mai pensato di scrivere un libro o di fare un film sulle tue esperienze?

Non ho mai voluto scrivere un libro, penso di dover vedere e fare ancora troppe cose prima di mettermi a scrivere. Gli altri invece continuano a chiedermi di farlo, forse perché pensano che da qui in poi potrei iniziare a perdere la memoria? Comunque non sarebbe una biografia, non sono così egocentrica, però ho un’infinità di storie interessanti su New York. Ero sempre in giro con la mia macchina fotografica a fare foto in bianco e nero ai miei amici, verrebbe fuori un bel libro. Deve esserci anche un film, interamente newyorkese, non una cosa hollywoodiana. In ogni caso non posso delegare perché nessuno può fare la mia voce meglio di me, ho un mio ritmo, se avessi un ghost writer se ne accorgerebbero tutti, di un editor invece avrei sicuramente bisogno! Sai, mi sono sempre detta che quando sarei venuta qui avrei avuto il tempo di scrivere. Ora ho questo piccolo studio, non c’è nemmeno ancora una vera scrivania. Tutto quello che vedo dalla finestra sono alberi e cipressi, a volte un cinghiale o un cervo… dovrei solo sedermi e farlo, ma non riesco a concentrarmi, fuori è troppo bello.

Testo a cura di Viola Valery

Foto di Debi Mazar