Gastone Nencini: il leone del Mugello

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«Rovescio della salita, la discesa è un’ubriachezza, un simbolo anche lei, quello della caduta. I discesisti flottano sul pericolo, guardano lontano davanti a sé, non usano le mani, disegnano in testa la traiettoria della curva e la seguono come un teorema matematico: ecco è fatta, sotto un’altra. A cento all’ora.»

Domenico Quirico

Il ciclismo è una disciplina particolare, metà sport e metà follia. Gli atleti sono chiamati a sforzi disumani, a scalare pendii sui quali arrancano le automobili, a mangiare la polvere, a sfidare la pioggia e il vento, a resistere al caldo torrido e al freddo polare. Sopportare il dolore e la fatica per ore, per giorni: prendere o lasciare. Nel ciclismo la parte ludica è pressoché inesistente, tattiche e strategie non hanno alcuna efficacia senza l’esaltazione del sacrificio. Il ciclismo è una disciplina particolare, è lo sport che scelse un timido ragazzino nato nei sobborghi di Firenze, questo bambino determinato scavava la terra per guadagnarsi dei soldi, voleva comprare una bicicletta e correre. Non si curò delle parole del padre che lo scherniva: «Che ci vuoi fare con quella bicicletta? Vuoi diventare come Coppi e Bartali? Guarda che due così nascono una volta ogni cent’anni!». Il suo babbo non sapeva che stava prendendo in giro una leggenda, non immaginava di essere il papà del Leone del Mugello.

Gastone Nencini nasce a Barberino, il primo marzo del 1930, esattamente 11 giorni prima di una data storica. In India, il 12 marzo di quell’anno Mahatma Gandhi guiderà la “Marcia del Sale”, è l’inizio della disobbedienza civile che cambierà la storia di mezzo mondo. Filo conduttore: il coraggio. Il coraggio dei leoni, il carisma del silenzio, Gastone Nencini conquisterà tutti senza clamori, senza proclami, si renderà famoso grazie alle sue gesta, imprese che non hanno avuto bisogno di parole. Negli anni ’50 essere famoso è difficile per chiunque, figuriamoci per un ciclista silenzioso. Poche trasmissioni TV, pochi rotocalchi, ciò che conta per essere celebri sono le chiacchiere da bar, i racconti di sforzi gloriosi davanti a un Campari e a una sigaretta. Gastone conquisterà quel pubblico lì, un pubblico di tifosi, di appassionati, fatto di gente umile che si entusiasma di fronte all’autenticità.

Senza trucchi e senza inganni, Nencini pedala forte, in tutte le varianti della gara, è veloce nello scatto, in salita non molla un metro e quando inizia la discesa gli avversari alzano le braccia inermi. È un corridore a tutto tondo, uno di quelli che possono competere nelle corse a tappe e nelle gare singole, è impavido, non ha paura di niente. Piace a tutti, tifosi e avversari, non sfida mai nessuno se prima non ha sfidato se stesso. Alfredo Martini, professionista toscano, grande amico di Gastone Nencini dirà di lui: «La prerogativa dei campioni veri è quella di saper rispondere di sé. Non ho mai sentito pronunciare da lui parole negative per un altro ciclista. Non gli interessava ciò che facevano gli altri, pensava solo a superare i propri limiti».

Limiti che supererà nel Giro d’Italia del 1955, una corsa dominata in lungo e in largo, che doveva essere la prima grande consacrazione del Leone del Mugello. Ma nel ciclismo c’è una componente che non si può trascurare, come in altri sport, forse più che in altri sport: la sfortuna. Due incredibili forature, l’una di seguito all’altra, favorirono le strategie dei rivali Magni e Coppi. Il mostro sacro della bicicletta, quel Fausto Coppi, nominato anni prima dal padre mentre Gastone scavava la terra, si aggiudicò la competizione, tra il dispiacere del grande pubblico. Proprio così, Gastone Nencini aveva saputo oscurare l’amore eterno giurato dal mondo del ciclismo italiano per il Fausto nazionale, con la sua genuinità e la sua spregiudicatezza aveva riempito i cuori della gente, aveva fatto sognare. Maledetta sfortuna.

Un vecchio proverbio popolare recita: «La sfiga è la giusta punizione per chi ci crede». La storia del Leone del Mugello racconta che alla sfortuna lui non ci crederà mai. È il 9 giugno del 1957, dopo 3.926,7 km di avvicendamenti e colpi di scena, Gastone Nencini taglia il traguardo a Milano, conserva la maglia rosa e si aggiudica il quarantesimo Giro d’Italia. È un periodo molto delicato per il mondo, due colossi si scontrano in una partita a scacchi dove ogni mossa potrebbe essere l’ultima, la guerra fredda tiene in ostaggio il pianeta tra spionaggi e minacce, tra promesse e dimostrazioni di potenza. Nel 1957 l’Unione Sovietica lancia lo Sputnik, il primo satellite artificiale della storia. È iniziata la corsa allo spazio, che pochi anni dopo porterà allo sbarco dell’uomo sulla luna. 

E se avessero portato il Nencini sull’Apollo 11 e lo avessero fatto scendere sulla luna con una bicicletta, avrebbe corso anche lì, su una superficie impossibile, senza gravità, superando se stesso. Come nel 1960. L’edizione numero 43 del Giro d’Italia se la aggiudica Jacques Anquetil. La cosa rilevante non è che Gastone Nencini si classifica alle sue spalle, con soli 28 secondi di ritardo, ovvero “il tempo di bere una birra”, come disse scherzando anni dopo. La vera notizia è che per la prima volta nella storia, un francese si aggiudica la Corsa Rosa: un saccheggio alla stregua di Napoleone, un affronto che un leone non può accettare.

La vendetta si consuma esattamente il 17 luglio di quello stesso anno, oltralpe il Nencini è conosciuto come “Nuvola Gialla”, un soprannome degno di un guerriero pellerossa, è così che trionfa, col carisma e il coraggio di “Cavallo Pazzo”. Il ciclismo è uno sport democratico, è lo sport del volgo, del popolo, della gente, il ciclismo prende, il ciclismo dà. Archiviate le tante beffe subite, il fato ripaga ogni sacrificio e dopo 4.173 chilometri di suspense, il film “giallo” si conclude con il Leone che si alza sui pedali e passa sotto l’Arco di Trionfo da vincitore.

Il fiorentino che conquistò la Gallia. Ma non si limitò a vincere, Gastone Nencini stravinse. Perché il destino vuole che il suo rivale Roger Rivière cada in un burrone. La sfortuna, eccola di nuovo, per il suo avversario stavolta. Nuvola Gialla al traguardo festeggia, ma la prima cosa che fa è consegnare al giudice di gara un mazzo di fiori, da portare a Rivière. Una magra consolazione, penseranno in molti, in realtà è il riassunto perfetto di un campione. E non è un caso che il Generale De Gaulle in persona, si presenti nei pressi del podio per stringere la mano a colui che aveva messo le mani sulla Francia. Si dice che nella sua vita, il Generale De Gaulle, abbia stretto la mano a non più di dieci persone. Tra quei dieci c’è il Nencini, che con la sua spontaneità aveva di nuovo conquistato tutti, anche il più inscalfibile dei potenti.

Questa non è la storia di uno sportivo, di un ciclista, è la storia di un uomo, un uomo vero. Alfredo Martini racconta: «Quando andavamo alle feste delle squadre ciclistiche dei paesi intorno a Firenze ed eravamo invitati come professionisti, chiedevano sempre a Gastone di parlare. Lui non era uomo di molte parole e si vergognava. Mi chiedeva come poter iniziare i suoi discorsi e io gli dissi che doveva partire ringraziando innanzitutto le signore presenti, un atto di galanteria che avrebbe rotto gli indugi. Una sera a una di quelle feste non c’erano donne. Il Nencini prese la parola e disse che come prima cosa voleva ringraziare le signore tra il pubblico. Una risata generale, il sorriso della gente, ancora una volta, aveva fatto breccia nel cuore di tutti».

Caparbio, solenne, innamorato di ciò che faceva, ogni volta attingeva a una forza disumana, al culmine della sua carriera ha avuto tutto, senza chiedere mai nulla. La discesa era il suo punto forte, il suo asso nella manica, il terreno di caccia. E dopo aver volato su tutti i pendii dei principali circuiti professionistici d’Europa, fu proprio la discesa di casa sua a tradirlo. Nel 1961, alle Croci di Calenzano, una rovinosa caduta pose fine ai suoi successi, continuò per qualche anno a dispensare la sua esperienza, a metterla al servizio dei giovani, ma la stoffa del Leone se n’era andata. Così, d’un tratto, proprio come fece la sua vita, nel 1980, stroncata da un male incurabile.

Il cancro si è portato via Gastone Nencini, l’uomo vero, ma non ha potuto prendersi il Leone del Mugello, una leggenda di Firenze, nei secoli dei secoli.

Illustrazione di Augusto Titoni

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