La spirale della guerra in Ucraina: a Firenze arriva il film Klondike, un’ordinaria storia dal Donbass

Klondike

Con l’occasione della proiezione al cinema Astra del film Klondike – alla presenza della regista ucraina Maryna Er Gorbach – ricordiamo che il reporter toscano Alfredo Bosco, insieme al collega Andrea Sceresini, è stato censurato per aver raccontato il conflitto in Donbass.

Nel primo anniversario della guerra in Ucraina, arriva al Cinema Astra di Firenze Klondike, film diretto dalla regista ucraina Maryna Er Gorbach. La storia si svolge nel villaggio di Grabove nel Donbass, al confine tra Russia e Ucraina, nell’anno 2014, agli albori di quel conflitto che poi è diventato guerra su larga scala. La proiezione, con la regista presente in sala, si terrà per l’anteprima di sabato 25 febbraio alle 15.30 all’Astra di piazza Beccaria

Apprezzato e premiato in numerosi festival internazionali, tra cui il Sundance e Berlino, Klondike arriva a Firenze a cura della Fondazione Stensen. Il film mette in scena il dramma di una famiglia ritrovatasi nelle vicinanze di quel nuovo confine, con il costante pericolo di veder cannoneggiata la propria casa da una delle due fazioni. Irka, la protagonista, fronteggia una tragedia personale e collettiva e al contempo le lacerazioni sorte anche all’interno della propria famiglia.

Questa potrebbe essere una storia di quelle raccontate con altro medium da Alfredo Bosco e Andrea Sceresini e che, a giudicare la loro situazione, non sarà più raccontata senza conseguenze.

In un precedente articolo FUL si è schierata a sostegno dei due reporter bloccati e censurati a Kiev dalle autorità ucraine e impossibilitati a lavorare con l’accusa infamante e assurda di essere filo-russi. Alla vigilia della proiezione di Klondike, vogliamo fare una riflessione per i nostri lettori e per tutti quelli che desiderano conoscere di più sul conflitto che segna il suo primo anniversario: qual è il rischio per l’informazione in generale?

Il rischio – come hanno precisato Alfredo e Andrea in un comunicato pubblicato sul quotidiano Il Manifesto – è che tutti i giornalisti, nel momento in cui devono raccontare quello che avviene nei territori del Donbass, possono dire qualcosa che va contro la linea ufficiale del governo ucraino, facendo la loro fine. Quindi una censura che si alimenta a spirale e coinvolgerebbe tutti gli operatori sul campo, ben attenti a discostarsi dalla narrazione non omologata. Non avremo più reportage, foto, documentari, ma solo comunicati stampa. Inaccettabile per un Paese che chiede l’adesione all’Unione Europea un comportamento che ci aspettiamo invece consuetudine a Mosca.

Questi reporter italiani sono stati bloccati a Kiev per un interrogatorio con le autorità atteso invano, il colloquio dopo 16 giorni dalla sospensione dell’accredito non c’è mai stato. E sul quale adesso viene il dubbio che non si volesse proprio fare, lasciando i nostri ragazzi in un limbo kafkiano. Nessun segnale di risposta da parte dei servizi segreti ucraini (SBU), indifferenti ai solleciti dell’Ambasciata italiana e all’immediata disponibilità dei due report, come era stato richiesto peraltro dagli uomini dello SBU.

L’incolumità di Alfredo e Andrea non è al sicuro. In un contesto di guerra non è ovvio che le forze dell’ordine ucraine abbiano determinate comunicazioni di sicurezza, a un posto di blocco un accredito stampa sospeso può significare l’arresto. Oltretutto per Alfredo – essendo un fotografo, come i lettori di FUL hanno già ammirato – senza l’accredito è reso totalmente impossibile lavorare, perché lui deve indubbiamente recarsi là dove l’immagine va colta.

Il caso di Salvatore Garzillo, giornalista collaboratore ANSA, fermato al confine con la Polonia e rispedito indietro dopo aver scoperto di essere bannato dall’Ucraina per 5 anni per aver lavorato in Donbass – esattamente come accaduto al freelance Lorenzo Giroffi nel 2022 – è quello che temono Alfredo e Andrea. 

Il reporter sa che c’è sempre una propaganda che tenta in qualche modo di incanalare la comunicazione. In questo caso di guerra, sia quella russa che ucraina, lavorano per ottenere i risultati che vogliono loro. Se però s’innesca la spirale che l’aver documentato quello che accade in Donbass costituisca motivo di sospetto di “intelligenza con il nemico”, e quindi arriva la censura, è molto grave per l’informazione.

Come ha spiegato Alfredo, ad esempio lui ha recentemente lavorato con il quotidiano francese La Croix nell’inchiesta sulle falle nella catena di distribuzione degli alimenti nell’esercito ucraino. Cosa è successo? Pochi giorni dopo il vice-ministro della difesa ucraino si è dovuto dimettere con il sospetto di corruzione. Il punto è, precisa il reporter toscano, che al pubblico non si può più raccontare la guerra in tutte le sue sfaccettature – dai volontari italiani filo-russi a combattere o le miniere illegali nel Donbass – che non siano i bombardamenti?

Con l’occasione della proiezione di questo film che invitiamo i lettori di FUL a vedere e partecipare all’incontro con Maryna Er Gorbach, siamo all’inizio di una spirale di censura che è partita da due reporter italiani e risucchierà tutto il sistema di fare informazione sulla guerra in Ucraina?

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