Cristoforo Colombo: cosa lega la scoperta delle Americhe a Firenze?

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Palos, 3 agosto 1492, poco più di cento uomini in fibrillazione caricano tre navi pronte a salpare, sono tre caravelle, una tipologia d’imbarcazione avveniristica e veloce per l’epoca: la Nina, la Pinta e la Santa Maria, in quel momento nessuno dei presenti s’immagina che diventeranno le navi più celebri dell’intera storia umana.

 

Il capitano è un uomo temerario, ambizioso e senza scrupoli, da anni sogna un’impresa impossibile, ha passato notti insonni a sfogliare le incredibili memorie di Marco Polo: il suo nome è Cristoforo Colombo e brama di raggiungere le Indie, via mare.
Ha tentato di convincere Giovanni II di Aviz, detto ‘il severo’, re del Portogallo, a prestargli la somma necessaria per compiere un viaggio straordinario, che avrebbe consegnato al sovrano una fama eterna. Ma le velleità di Colombo s’infrangono sul no del regnante, così, l’intraprendente genovese lascia Lisbona per approdare in Spagna.

Qui sembra trovare un terreno decisamente fertile per le sue smanie di esplorazione, e non è certo un caso.
Perché?
Ecco che ritorna con prepotenza l’importanza dell’anno 1492, di cui abbiamo parlato, ecco che entra in scena la sete di grandezza, la fame di conoscenza.
È l’alba del 2 gennaio a Granada, quando i soldati spagnoli, uniti sotto le bandiere di Castiglia e d’Aragona, irrompono nel palazzo fortezza dell’Alhambra, ultimo baluardo moresco in terra cristiana. Gli arabi sono definitivamente battuti, la resa del sultano Boadbil, ne è la testimonianza.
Si tratta di una data storica, i due sovrani di Spagna, Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia, dopo aver suggellato l’unione dei due regni con il matrimonio, sanciscono il loro primato diventando i ‘campioni’ del cristianesimo, nominati poi come ‘Cattolici’ da Papa Alessandro VI, che riconosceva il regno iberico come la massima potenza religiosa del continente.
I due sovrani daranno alla luce una figlia, Giovanna di Castiglia e d’Aragona, detta ‘la pazza’. Costei sarà la madre di un immenso re, uno dei più potenti di sempre, il condottiero del regno su cui non tramontava mai il sole: Carlo V, un vero figlio del 1492.
Grandezza e conoscenza spingono i due sovrani ad ascoltare i sogni di gloria di quel folle di Colombo, ed Isabella di Castiglia concede i finanziamenti per la spedizione.
Molto scetticismo circondava la missione degli uomini sulle tre caravelle, che salparono in quella torrida mattina d’agosto, senza la minima consapevolezza dell’impresa che erano in procinto di compiere.

Dopo due mesi e nove giorni di estenuante viaggio, tra le tempeste ed il terrore di restare senza provviste, quando i marinai stavano perdendo la speranza, si alza in cielo la voce di Rodrigo di Triana, armatore a bordo della Pinta: “Terra!”. Le navi di Colombo giungono sulle coste dell’isola che gli indigeni chiamavano Guanahani, e che il capitano ribattezzò San Salvador. Per l’equipaggio si erano raggiunte le lontane Indie, un’impresa senza precedenti, circumnavigando il globo, in realtà quegli uomini, furono i primi europei a mettere piede nelle Americhe.

Dopo aver esplorato le coste di Cuba, definita da Colombo, “la isla mas hermosa que ojos humanos hayan visto”, la ciurma giunse ad Haiti, per poi riprendere la via per l’Europa. Si sprecano i racconti sulle cruente scorribande degli uomini che scendevano dalle caravelle, probabilmente l’immagine che, da sempre, abbiamo del grande viaggiatore Cristoforo Colombo, è un po’ distorta dai contorni della sua missione straordinaria. Si trattava di un pirata, come lo furono molti lupi di mare prima di lui, e come lo saranno, a breve, i ‘conquistadores’: uomini senza scrupoli pronti a tutto pur di ottenere gloria, fama e denaro.
Ma non è questo l’argomento del nostro racconto, adesso, entra in scena la nostra Firenze.
Ma perché mai?
Tornato in Europa, il capitano genovese, vuole scolpire le memorie del suo viaggio, direttamente nella storia. Ecco che riassume il suo diario di bordo in una lunga lettera diretta al re Ferdinando II, consorte di Isabella di Castiglia, mettendo in luce le sue incredibili gesta e l’importanza del viaggio per la Spagna.

Questo prezioso cimelio si è conservato fino a noi, custodito tra le mura della Biblioteca Riccardiana di Firenze: un vero e proprio patrimonio dal valore inestimabile. Ma nel 2012, la Biblioteca Nazionale di Roma ne denuncia il furto, insieme ad altri tomi prestigiosi, così iniziano le ricerche. Le indagini si sviluppano in una vera e propria caccia al tesoro che riporta le autorità al 1992, quando il documento viene inspiegabilmente acquistato nientemeno che dalla Biblioteca del Congresso di Washington, per la cifra di 400mila dollari, neppure la metà del suo reale valore.
Gli scritti di Colombo erano stati donati ad una casa d’aste da una ricca famiglia americana, le ragioni per cui questi signori, detenevano il sunto del diario di bordo del navigatore genovese, sono ancora avvolte dal mistero.
L’inchiesta è tutt’ora in piedi, si cerca di risalire al furto, probabilmente databile intorno agli anni ’50, sotto osservazione ci sono degli strani movimenti dell’ex direttore della Biblioteca del Girolamini di Napoli, al centro di una vera e propria burrasca mediatica, dopo aver sottratto antichi volumi dagli scaffali, per avviare un mercato clandestino.
Di certo c’è che dopo aver fatto lo stesso viaggio del suo fautore, la lettera torna a casa, ad arricchire ulteriormente le meraviglie di una città che non finisce mai di stupire.

“Esta carta embio Colon a lescrivano Deracion
delas Islas halladas en las Indias. Contenida
a otra De sus Altezas.”

Gianluca Parodi

Ph: europionione / Ruggero Marino / picobeta / leganerd

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