A UFO, etimologia terrena di una parola aliena

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Prima di perderci in cerchi magici, scenari fantasy e distopie vintage anni ’80, chiariamo subito: in Toscana, ‘a ufo’ significa ‘in quantità imprecisate, a volontà’ o anche ‘a sbafo, gratis’.

 

Tutto molto concreto, quindi. Un esempio lampante è quando, con il frigo vuoto e portafoglio nelle stesse condizioni (più o meno), vi presentate a casa di mamma/zia/suocera/sorella/vicino di casa elemosinando un pasto, per colmare l’ennesimo vuoto: quello dello stomaco. Lì sarete ragionevolmente certi di ‘mangiare a ufo’ cioè abbondantemente e gratis (a meno che non consideriate il rispondere a domande indiscrete come un dazio da pagare…).
Ma cosa c’entrano gli UFO con la fame?
Assolutamente nulla, in quanto il nostro ‘a ufo’ non viene dall’acronimo Unidentified Flying Objects (oggetti volanti non identificati) ma, verosimilmente, dalla sigla latina A.U.F. (ad usum fabricae), posta sui materiali destinati alla costruzione del Duomo di S. Maria del Fiore, esenti da tasse.
Infatti, secondo alcune fonti, questa dicitura contrassegnava, nel Medioevo, le merci destinate alla costruzione di opere d’arte o religiose, in quanto appunto libere da dazi. Pare che la stessa espressione fosse usata anche nello Stato Vaticano, nel periodo della ricostruzione della Basilica di San Pietro, dove i materiali godevano degli stessi vantaggi: per Giuseppe Gioacchino Belli, questa sarebbe l’etimologia del romanesco auffa (‘gratuito’).
Secondo altre fonti, A.U.F. avrebbe significato invece Ad urbis fabricam (‘per la costruzione della città’) e questo spiegherebbe l’aggiunta finale, a Firenze, della vocale ‘O’: A.U.F.O quindi, sarebbe l’acronimo di“Ad usum Florentinae Operae”, cioè ‘per la costruzione delle opere fiorentine’. A questo proposito, è interessante notare che, a Milano, per lo stesso motivo, la sigla sarebbe stata Ad UFA in sostituzione di “Ad Usum Fabricae Ambrosianae”: ‘per la fabbricazione del (Duomo di) Milano’.
Se queste tesi sembrano essere piuttosto concordi, ne esistono altre che fanno risalire l’espressione al latino ex ufficio (ex uff.) delle lettere commerciali (non tassate) o, addirittura, all’ebraico efes (gratuitamente) o al germanico ufjô (copioso). Un’altra, ancora più fantasiosa, la mette in relazione con il modo di dire Augustus Fecit, che indicava specifici luoghi dove, in occasione del Ferragosto (feriae Augusti), si festeggiava mangiando e bevendo liberamente.
Sicuramente però, indipendentemente dall’etimo, è proprio questo il senso con cui l’espressione è giunta fino a oggi. In “Pinocchio” di Carlo Collodi, al capitolo 33 si legge:
— Che vuoi tu che mi faccia d’un somaro zoppo?
Sarebbe un mangiapane a ufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo. ―
dove ‘a ufo’ significa appunto ‘a gratis’.

Cioè esattamente quello che è descritto, in termini assolutamente meno lirici e ‘letterari’ (d’altronde io non sono la reincarnazione di Collodi, evidentemente…), nell’esempio di poco fa.
Come dire: “i tempi passano, ma certi ‘vuoti’ restano. La tentazione di colmarli ‘a ufo’, c’è e non è certo roba da extraterrestri”.
Rita Barbieri

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