Alchimia e Firenze, un legame nel tempo.

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La parola “Alchimia” ricorre spesso nel linguaggio quotidiano ed è usata per indicare una particolare combinazione di elementi riconducibili a diversi aspetti della nostra percezione, una miscela di natura sensoriale basata sull’attrazione e sul legame, quasi una formula chimica.
Lo stesso Jim Morrison parlava di alchimia come “una scienza erotica” che “riguarda sotterranei della realtà, volta a purificare e a trasformare tutto l’essere e la materia” e dava in sintesi la definizione di quella che in passato era una disciplina filosofica occulta, ovvero rivolta a pochi eletti, destinata a porre le basi per quello che in futuro sarà lo sviluppo del metodo scientifico teorizzato da Galileo Galilei e giunto fino a noi.

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Il termine sembra avere diverse origini ed è avvolto nella leggenda quasi come la storia dell’alchimia; probabilmente “alchimia” nasce dall’arabo “al-khimiyya” (la chimica), parola che a sua volta deriva dal verbo greco “keo” (verso, spando, fondo). Sembra però che l’etimologia corretta provenga dal termine egizio “kemà”, ossia il libro dei segreti dell’arte egizia; quest’ultima ipotesi sembrerebbe la più valida dal momento che proprio ad Alessandria d’Egitto, crocevia di molte culture, pare sia nata l’alchimia come materia filosofica durante il tardo ellenismo, grazie alla figura leggendaria di Ermete Trimegisto, personaggio che deve il suo nome a Ermes, il dio greco della comunicazione e della parola, il cui attributo significa “tre volte grande” in riferimento a Thot, dio egizio dei numeri e della geometria; egli fu il fondatore della corrente filosofica dell’ermetismo e sicuramente fu la personalità che diede impulso all’alchimia come sistema filosofico esoterico che abbraccia diverse discipline, dalla chimica, alla fisica, all’astrologia. Infatti i primi dizionari alchemici erano costituiti da formule e simboli oscuri da decifrare che rimandavano ai geroglifici e ai numeri, rivendicando così la paternità di questa materia presso la cultura egizia.

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L’alchimia ha continuato il viaggio nel corso della storia e nel Medioevo i primi trattati sono stati scritti dai monaci domenicani e agostiniani, per i quali la filosofia ermetica rappresentava il processo che conduceva all’estrema conoscenza di Dio, partendo dal presupposto che il peccato originale sia impossibile da redimere e quindi è necessario per la salvezza dell’uomo avvicinarsi il più possibile a Dio attraverso la purificazione dell’anima che avveniva in 7 fasi.
Questi processi erano attuati grazie a esperimenti di cui si conoscono alcune formule ma non si sa di preciso se siano accaduti veramente; di fatto questa scienza occulta fatta di simboli e numeri ricorrenti incantò intellettuali e letterati dell’epoca come Boccaccio e Dante Alighieri; quest’ultimo diede letteralmente i numeri nelle sue opere: nella Vita Nova incontrò Beatrice un paio di volte quando l’amata aveva rispettivamente 9 e 18 anni, entrambi multipli di 3, mentre nella Divina Commedia 3 sono le cantiche e 3 le guide che accompagnano il sommo poeta. Qualche secolo più tardi l’alchimia si arricchisce delle teorie del Neoplatonismo, filosofia che si diffonde negli ambienti degli intellettuali del Rinascimento soprattutto nella sua culla d’eccellenza: Firenze.
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Articolo a cura di Valeria Cobianchi

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