Cinema Astra: dirigere un cinema che resiste

Intervista a Michele Crocchiola, direttore della Fondazione Stensen. 

Il cinema: l’esperienza condivisa di una sala buia dimorata in silenzio, il tempo sospeso immerso in mondi altri. Un rito per appassionati, che prende le distanze dall’assuefazione agli schermi lampo che ci fagocitano, tra video mordi-e-fuggi di pochi secondi. Il cinema è un’altra cosa: ne parliamo attraverso un breve viaggio nella settima arte e nei luoghi fiorentini che continuano a custodirne la magia.

Discorrendo a proposito con Michele Crocchiola, una cosa emerge subito chiara: per lui, costruire l’identità di una sala significa avere una linea editoriale coerente e proporre film che lascino un segno, creando un legame vero con il pubblico. Riuscendo a mantenere questo approccio attento e appassionato negli anni, Michele è arrivato a ricoprire il ruolo di direttore generale di Fondazione Stensen, proprietaria dell’omonimo cinema d’essai attualmente chiuso per consentirne migliorie e innovazioni.

Dalla sua apertura, lo scorso 26 gennaio 2023, Stensen gestisce la sala del cinema Astra di Piazza Beccaria insieme a PRG, società che organizza spettacoli dal vivo nei teatri fiorentini (Mandela Forum e molti altri). “Abbiamo chiuso lo Stensen il giorno prima che aprisse l’Astra: mi piace chiamare l’Astra il nostro cinema di backup!”. 

Dalla direzione artistica di un grande festival alla gestione di cinema: un percorso segnato da esperienze di spessore. Come questi passaggi hanno influenzato la tua visione sul ruolo che un cinema può avere nella società e nel dibattito culturale contemporaneo?

Sì, per quattro anni sono stato direttore di un grande e importante Festival delle Arti a Poggibonsi, poi la regione Toscana mi ha chiamato a dirigere l’Odeon per tre anni. Finita l’esperienza lì sono tornato allo Stensen, dove avevo fatto il volontario. Ho trovato un metodo, una libertà d’azione e una sensibilità nell’ambito culturale che altrove mancavano. La Fondazione per statuto si occupa di interculturalità e di formazione, cercando di favorire un metodo di interrogazione condiviso sulle dinamiche culturali, etiche e politiche che man mano emergono, pensiamo solo ai sommovimenti sociali e politici degli ultimi cinque anni…

Insieme al Presidente, padre Brovedani, ci siamo impegnati in questi anni, attraverso il cinema ma non solo, a proporre percorsi che integrassero sensibilità diverse, valorizzando le differenti appartenenze con un approccio laico, senza sterili contrapposizioni. L’obiettivo è aiutare il cittadino a identificare criteri innovativi per interpretare i cambiamenti e promuovere una cittadinanza consapevole e una convivenza responsabile, pacifica, costruttiva.

Lo Stensen ha attraversato diverse fasi, puoi raccontarcele? E in che modo questa eredità ha influenzato la sua identità attuale e il suo ruolo nel panorama cinematografico fiorentino?

Fondato dai Gesuiti negli anni Sessanta, la Fondazione Culturale Stensen è stata prima studentato, poi centro culturale e infine anche punto di riferimento per il cinema d’autore. La sua storia è stata molto interessante soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, dove alla realtà progressista di sinistra della chiesa fiorentina che già aveva avuto La Pira è seguito un fervore intellettuale: per esempio, mi viene raccontato che una delle riunioni preparatorie alla creazione del giornale comunista Il Manifesto ebbe luogo proprio allo Stensen di Firenze.

Per tutti gli anni Ottanta e Novanta fu conosciuto come luogo di cineforum. Nel Duemila Stensen cambiò presidente, con l’arrivo di un nuovo padre gesuita che è tuttora in carica e con lui arrivarono alcuni cambiamenti tra cui giovani universitari come volontari. Parte di quei giovani ancora gravitano nel mondo del cinema fiorentino, forse i due più “conosciuti” siamo io e Marco Luceri (Cinema Manager di Giunti Odeon, N.d.r.).

Nel 2013, grazie a titoli come Dio esiste e abita a Bruxelles, Stensen costruisce una sua identità forte e fidelizza il pubblico… come sei riuscito a contribuire alla sua crescita, trasformandola in un punto di riferimento nel panorama cinematografico fiorentino e nazionale?

Andrea Romeo, fondatore della casa di distribuzione I Wonder, mi propose di firmare un contratto di nove settimane per quel film, un azzardo come pochi… il film diventò un caso locale e nazionale. Lo ricordo perché in tanti ancora rammentano di aver visto allo Stensen questo film. In un mondo in cui i film li puoi vedere quasi ovunque, per un cinema è fondamentale saper costruire la propria identità di sala: si sviluppa con una linea editoriale, con titoli che fanno in qualche modo da trademark da sovrapporre a un’esperienza anche emotiva, di grande condivisione.

È come se a diciotto anni esci con il bello della scuola: anche se poi mai più, l’esperienza emotiva è lì per restare. I primi anni ero responsabile della programmazione di Stensen insieme ad alcuni compagni di viaggio volontari, col tempo le cose sono andate sempre meglio quindi siamo stati capaci di dare continuità e la Fondazione ha accettato di rendere la realtà del cinema stabile, nominando anche un direttore generale. Oggi mi occupo sia della parte artistica insieme ad altri colleghi, che di tutta la parte “meno divertente” che riguarda le risorse umane, i bilanci, le manutenzioni…

Oggi la Fondazione gestisce la programmazione e la formazione di altre realtà, come il Nuovo Cinema Italia di Pontassieve, il Cinema L’Unione al Girone, il Teatro di Fiesole e il Garibaldi di Prato. Segue anche le arene estive di Villa Bardini, Teatro Romano di Fiesole e Manifattura Tabacchi, con l’obiettivo di creare un network di qualità.

Quale importanza ha avuto la creazione di un network di sale cinematografiche e come sei riuscito a far sì che queste strutture, pur mantenendo la propria identità, diventassero luoghi di socialità e confronto per il pubblico?

Creare una rete vuol dire aiutare gli spazi a rimanere indipendenti ma all’interno di un coordinamento e di un metodo: promuovere l’idea che il cinema sia prima di tutto un luogo di socialità, di incontro, anche di discussione e di confronto.

Parliamo in particolare del Cinema Astra, cosa lo rende unico?

Astra, che ha compiuto due anni, è uno spazio polifunzionale: le sue sedute possono essere nascoste sotto il pavimento, una struttura del genere richiede inventiva e fantasia. Infatti, lo abbiamo usato anche come spazio espositivo per mostre fotografiche, utilizzando lo schermo come pannello slide show.

Con il film Tatami, invece, che parla di Israele e Iran attraverso lo sport del judo, abbiamo coinvolto le scuole di judo fiorentine, fatto sparire le poltroncine, trasformando la sala in una sorta di palestra e visto il film sdraiati sui tatami. Ci sembrano modalità che possono valorizzare l’esperienza cinematografica, allargando lo sguardo e le conoscenze attraverso esperienze diverse.

Qual è l’impatto dei vincoli architettonici e culturali sulla sopravvivenza dei cinema a Firenze?

I cinema chiudono a seconda del contesto in cui si trovano, ogni città ha i suoi motivi: Firenze ha i propri. I vincoli architettonici e culturali dovrebbero proteggere il patrimonio materiale e immateriale, ma spesso si sono rivelati delle limitazioni fini a sé stesse, senza che la politica riuscisse a trovare soluzioni, compensazioni, trasformazioni adatte a rivitalizzarli, anche in caso di beni privati. A Firenze, ci sono stati casi emblematici.

Il cinema Odeon ha subito una trasformazione per motivi economici e di gestione, il Fulgor ha chiuso per una speculazione immobiliare andata male, lo SpazioUno è fermo con la speranza che possa riaprire nello stesso edificio, oggetto di un’importante ristrutturazione. Anche Fiorella e Flora sono stati o stanno per essere trasformati (in multisale più grandi, N.d.r.) per rispondere alle nuove dinamiche del mercato.

Qual è il ruolo dei festival di cinema a Firenze e come stanno affrontando le sfide legate alla fruizione dell’audiovisivo nell’era digitale?

Ecco: non avevo citato la Compagnia, che è una sala pubblica (gestita dalla Regione, N.d.r.): si caratterizza per politica dei prezzi, per scelte di programmazione ed è la casa dei Festival (tra cui Middle East Now, Korea Film Festival, Festival dei Popoli, River to River…).

Col supporto istituzionale, questo cinema ha lavorato anche durante la pandemia e con il cambio del range generazionale del pubblico – quello “giovane” under 35 è aumentato rispetto quello “adulto”, over 55 – la Compagnia sta allevando “il pubblico del domani” e lo fa anche ospitando tutti questi Festival e affrontando temi importanti e diversificati.

Firenze è una delle città con più festival internazionali di cinema in Italia, dal calibro riconosciuto anche a livello europeo: anche questi stanno subendo una trasformazione, perché in un mondo in cui l’audiovisivo lo puoi vedere ovunque, organizzare delle “prime” esclusive e inedite sta diventando sempre più complesso.

In che modo vedi l’evoluzione tecnologica nel cinema oggi e quale pensi sia l’importanza della dimensione umana rispetto alla tecnologia stessa nella fruizione del cinema?

Mi sento di dire che il massimo dell’innovazione tecnologica al cinema adesso si incentra tutta sulle poltroncine! Scherzi a parte, abbiamo per esempio lavorato con proiezioni in realtà aumentata con i visori, rendendo condivisa un’esperienza che è pensata per essere solitaria. Mi sento di dire, infatti, che non è la tecnologia che fa un cinema, ma le persone. Sono gli spazi che devono diventare innovativi e più accoglienti, sarà l’architettura a usare la tecnologia, nei cinema! Poi, magari, in sala ci potrà anche essere un ritorno alla pellicola perché l’esperienza del cinema non passerà mai.

Per concludere, quali sono i tuoi sogni o obiettivi a lungo termine per il cinema Astra e per il futuro della cultura cinematografica a Firenze?

Molte cose bollono in pentola, tra ospiti in arrivo, festival, rassegne, restauri… ma la cosa più importante sarà concludere il rifacimento della nostra sala, che sta richiedendo un investimento plurimilionario. Parliamo piuttosto di questo: chi cerca il cinema in uno spazio accogliente e sorridente a Firenze, venga all’Astra, dove è possibile trovare un’ampia multiprogrammazione.

Il cinema è aperto tutto l’anno, include film in lingua originale con sottotitoli in italiano, ci sono proiezioni anche il sabato e domenica mattina… e non occorre portarsi l’acqua, lì troverete anche un fontanello Publiacqua per riempire le vostre borracce). Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 ci saranno notizie sullo Stensen e la mia speranza è che lì si possa raccogliere la summa di tutto quello di cui abbiamo brevemente parlato: cultura, socialità, incontri, film. È su questo che ci stiamo concentrando, sarà il nostro obiettivo.

Foto a cura Archivio Fondazione Stensen

Fiorentina, un tempo pianista. Appassionata d'arte. Poi avvocato, scrittrice, lettrice. Tre indizi fanno una prova.